Calano i prestiti alle imprese italiane, ora investono soltanto i propri risparmi


Esiste un momento, nella vita di ogni imprenditore, in cui l’ansia s’impadronisce di lui: è quando decide di andare in banca per chiedere un prestito da investire per far crescere la sua impresa. Ansia, perché ormai gli istituti di credito concedono fiducia solo alle aziende più solide, e poi se si supera questo scoglio se ne presenta un altro: quando alto sarà il tasso deciso dalla banca per “vendere” il suo denaro?

Beh, a quanto pare tutto questo stress è in decisa diminuzione, nella categoria degli imprenditori, per via di un fenomeno che è a lungo sfuggito un po’ a tutti. A “intercettare” questa nuova tendenza è stato l’Ufficio studi dell’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, la Cgia, che si è fatta una domanda e si è data una risposta: inedita. Dopo quindici anni trascorsi da tutti nella convinzione che fossero state le banche ad aver chiuso i rubinetti del credito alle aziende italiane, il che in parte rimane vero, pare che sia avvenuto il contrario. O, quantomeno, anche il contrario.

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Dunque, sono gli imprenditori che avrebbero deciso di non rivolgersi più alle banche e alle finanziarie, e per superare il problema della mancanza di liquidità starebbero facendo ricorso all’autofinanziamento. Certo, ma ci vogliono i soldi, per autofinanziarsi, e l’impresa italiana sta superando questo non trascurabile particolare investendo capitali propri (sono quelli degli imprenditori stessi e dei soci) oppure di terzi: esistono il mercato dei capitali e l’azionariato diffuso.

A confortare la Cgia in questa lettura sono anche i dati sulla ricchezza delle società non finanziarie (imprese con più di cinque addetti). L’Istat, sulla base dei dati della Banca d’Italia, ha rilevato che nei dodici anni tra il 2011 e il 2023 il canale di finanziamento delle imprese italiane attraverso l’azionariato è salito di 930 miliardi di euro: in partenza erano 1.395 miliardi, nel 2023 eravamo passati a 2.592, quindi un incremento dell’86 per cento.

Altro dato: nel 2011, nelle imprese con più di cinque addetti, l’azionariato pesava per il 40 per cento del totale, mentre nel 2023 si è registrato un 54%. Nello stesso periodo, dal 35 per cento del peso dei prestiti nel 2011 si è scesi al 23 per cento del 2023.

Tanti indizi diventano prova, e quindi alla Cgia concludono che la decisa diminuzione di domanda di credito da parte delle imprese è dovuta anche ai buoni risultati economici che sono riuscite a ottenere, il che ha fatto aumentare i risparmi. E sono quelli, gli euro utilizzati per le spese correnti e anche per gli investimenti: denaro gratis, che si ha e dunque non si deve comprare da chi lo vende, cioè appunto gli istituti di credito.

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Il fenomeno esiste, per quanto non abbia coinvolto tutte le realtà produttive e commerciali italiane. La stessa Cgia cita il caso di molte microimprese (con meno di nove addetti, vale a dire il 95 per cento di tutta l’imprenditoria), per le quali non è verosimile che abbiano diminuito i prestiti per passare all’autofinanziamento. In realtà, hanno attraversato un progressivo deterioramento economico-finanziario che le avrebbe condotte all’insolvenza, oppure all’extrema ratio del credito illegale, il che significa strozzini e mafie.

La crisi dei debiti sovrani è degli ultimi giorni del 2011, quando i prestiti bancari alle imprese ammontavano in totale a 995 miliardi di euro. Tre mesi fa erano scesi a 666 miliardi, quindi 329 in meno (-33 in percentuale). Nello stesso periodo i depositi bancari delle aziende sono passati da 219 a 519 miliardi di euro, quindi oltre due volte e mezzo.

Dall’altra parte, quella delle banche, è da considerare che la concessione dei crediti si è ristretta per diversi motivi, tra cui le regole imposte dalla Banca centrale europea (Bce), molto restrittive nella valutazione del merito e del rischio di credito dopo le crisi finanziarie degli ultimi decenni tra subprime, crisi del debito sovrano e pandemia. Inoltre, le banche hanno dovuto aumentare parecchio la patrimonializzazione e quindi hanno riservato i crediti alle imprese meno insolventi, riducendo i crediti deteriorati poi venduti nel mercato delle cartolarizzazioni.

I dati del 2023, relativi alle imprese con almeno cinque addetti), raccontano un’Italia in cui nel 2011 quelle aziende avevano ricevuto crediti per 893,6 miliardi di euro che poi, nel 2023, sono diventati 617,8: significa una diminuzione del 20,9 per cento. Nella classifica delle regioni, la Sardegna è all’ottavo posto. Questi i suoi dati: 13,7 miliardi di prestiti a quel tipo di impresa nel 2011, ridotti a 8,4 nel 2024: un ridimensionamento del 5,3% che contribuisce alla diminuzione del 38,9 per cento.

Inutile consultare le altre tabelle, quelle dei prestiti alle imprese e dei depositi delle stesse suddivise per capoluoghi di provincia: nessuna città sarda è tra le prime cinquanta. Resta il dato regionale dei depositi di imprese: la Sardegna è tredicesima, con i suoi 3 miliardi del 2011 diventati 7,8 nel 2024, il che significa +161,1 per cento: poco sopra la media nazionale.

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