Nelle giornate luminose che annunciano la primavera, quando le colline intorno a Gerusalemme sono verdi e l’erba non è ancora asciutta e secca, le tradizionali case arabe di Al Numan si scorgono distintamente dai balconi di quelle più moderne di Al Khas, a poche centinaia di metri di distanza e dall’altra parte della valle. È una scoperta improvvisa, perché gli alberi e la foschia dell’inverno quasi nascondono al Numan, rendendolo un luogo appartato, separato, in fondo come lo desiderano i suoi 150 abitanti, quasi tutti avanti con gli anni. I giovani si sposano e quando possono vanno a vivere a Betlemme che offre molto di più rispetto al loro villaggio dove la vita sociale si limita a una chiacchierata davanti a un caffè o un tè a casa di amici e parenti. Amano la loro privacy gli abitanti di Al Numan, ma non quella che Israele gli ha imposto con la forza.
Le autorità militari e il comune di Gerusalemme hanno chiuso il villaggio in una sorta di enorme recinto nel quale possono entrare solo i residenti. «Un abitante di Al Numan non può ricevere visite, anche di parenti stretti se non risultano ufficialmente residenti nel villaggio», ci spiega Wael, un giovane palestinese che vive nella zona, indicandoci dall’alto l’ingresso per il villaggio. Sotto di noi passa la circonvallazione costruita da Israele, con il posto di blocco che separa la smisurata colonia di Har Homa dall’area di Betlemme, in Cisgiordania. La cittadina di Beit Sahour è qualche chilometro più avanti.
Al Numan si è trasformato, anno dopo anno, in una prigione quando Israele ha avviato, alla fine del millennio, la costruzione del Muro di separazione intorno a Gerusalemme Est e, a partire dal 2002, all’interno della Cisgiordania. Gli abitanti appresero che il villaggio «complicava» la realizzazione del Muro e «intralciava» l’espansione dell’area municipale di Gerusalemme. «Nell’aprile 2002 – racconta Wael – i residenti di Al Numan furono informati che il villaggio era adiacente al percorso del Muro. Poco dopo fu costruita una strada nuova e quella per Al Numan fu distrutta, così come le condutture idriche». Un anno dopo, aggiunge, «arrivò nel villaggio un funzionario israeliano. Mostrò su di una cartina che la circonvallazione stradale avrebbe separato il villaggio dalle sue terre. Quindi informò gli abitanti che non avrebbero più avuto uno sbocco diretto verso Gerusalemme e che anche dirigersi in Cisgiordania sarebbe stato complicato. Infine, comunicò che acqua ed elettricità sarebbero state interrotte e che, pertanto, avrebbero fatto meglio ad andarsene». I residenti nel frattempo pagano annualmente l’arnona, la tassa comunale israeliana, anche se non risultano all’interno di Gerusalemme e non ricevono servizi pubblici. Però resistono: si sono collegati alle reti dell’acqua e dell’elettricità della Cisgiordania. E ribadiscono che non daranno le loro case in pasto alle ruspe del Comune pronte a cancellare l’esistenza di un altro villaggio palestinese a ridosso di Gerusalemme Est al centro sin dalla sua occupazione militare nel 1967 di imponenti progetti di colonizzazione. Oltre ad Har Homa in questa zona si trova un altro insediamento israeliano, Gilo, altrettanto gigantesco che nel corso degli anni si è esteso progressivamente verso l’area di Beit Jala e Betlemme.
Qualche settimana fa la gente di Al Numan ha ricevuto un nuovo colpo. L’ingegnere Mohammed Darawi racconta che, tornato dal lavoro, è rimasto sorpreso nel trovare appeso alla porta di casa un avviso del Comune che gli intimava di portare i documenti di proprietà e il permesso edilizio, altrimenti la sua abitazione sarebbe stata demolita. Lo stesso foglio era su tutte e 45 case del villaggio, costruite in gran parte prima che Israele occupasse Gerusalemme Est e la Cisgiordania nel 1967. Le autorità israeliane accelerano i tempi della distruzione di tutto Al Numan. «Hanno preso la decisione di sfrattarci e prenderci le terre per espandere l’insediamento di Jabal Abu Ghneim (Har Homa), sfruttando il clima teso che si è creato dopo l’inizio della guerra a Gaza», ha detto Darawi a un giornale locale. «Il nostro villaggio è sorto in questa zona negli anni ’30, ben prima della nascita di Israele e dell’occupazione nel 1967. L’Autorità nazionale palestinese deve intervenire, questa è una questione politica non legale, deve farsi sentire», ha protestato.
Al Numan non è l’unico villaggio palestinese nell’area tra le colonie di Gush Etzion, Betlemme e Gerusalemme reso una prigione da Israele. Il 14 agosto 2024, l’Amministrazione civile israeliana ha annunciato un nuovo insediamento ebraico, Nahal Heletz, che occuperà 60 ettari in un’area che comprende i villaggi palestinesi di Battir e Walaje che l’Unesco ha dichiarato patrimonio dell’umanità per le loro splendide terre coltivate come nell’antichità. Walaje già da anni deve fare i conti con rigidi posti di blocco militari e con il Muro: gli abitanti sono tagliati fuori dalle loro terre e la barriera li isola dai villaggi vicini.
Un altro villaggio, Wadi Fukin, nella stessa area e a breve distanza della «linea verde» tra Israele e Cisgiordania, è invece tenuto prigioniero dalle colonie che lo circondano da ogni lato. Le case degli insediamenti israeliani di Beitar Illit, Hadar Beitar e Tzur Hadassah non solo dominano dall’alto Wafi Fukin, ma sono ormai a pochi metri dalle abitazioni del villaggio. «Subiamo confische di terre coltivate perché, dicono, i nostri contadini si avvicinano alle colonie, ma sono le colonie che si avvicinano sempre di più a Wadi Fukin. Lo stesso accade nei villaggi di Al Jaba e Nahalin. È difficile per tutti noi che nell’agricoltura abbiamo la fonte di sostentamento, ormai l’unica dal 7 ottobre (2023) perché sono stati revocati i permessi di lavoro israeliani e in Cisgiordania non c’è modo di trovare un’occupazione», ci racconta Muntasser, un abitante che ci accompagna per le caratteristiche stradine di Wadi Fukin che salgono e scendono. «Da qualche tempo – aggiunge – ci preoccupano le scorribande dei coloni, non quelli degli insediamenti intorno al villaggio che in gran parte sono religiosi e studiano e pregano. Ci spaventano quelli che giungono da altre zone della Cisgiordania e che entrano nel villaggio con fare minaccioso». Ibrahim Hamamreh, capo del consiglio del villaggio, ha riferito all’agenzia Wafa che a dicembre i coloni israeliani hanno bloccato per ore l’ingresso di Wadi Fukin allo scopo di impedire agli abitanti di tornare a casa.
Mostrarsi determinati, legati alla terra e pronti a coltivarla, era e resta l’unica arma in possesso dei 1500 palestinesi di Wadi Fukin. I più anziani ricordano che nel 1972 poche famiglie cacciate durante la Nakba (1948), che non avevano mai rinunciato al sogno di tornare, riuscirono a rimettere piede nel villaggio e dargli una nuova vita. «Ora girano voci di una prossima annessione di questa parte della Cisgiordania a Israele» ci dice Muntasser. «Non è la prima volta che accade» aggiunge «In ogni caso noi non lasceremo le nostre case, Wadi Fukin è palestinese e lo resterà per sempre».
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