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Roma, 28 febbraio 2025 – Donald Trump, i dazi e le guerre in corso, la Russia, l’Europa, la Cina, la globalizzazione in crisi, il nuovo e il vecchio mondo. C’è quello che vediamo sotto gli occhi, ma c’è anche l’origine del disordine attuale e, in parte, anche quello che dovremmo fare nell’ultimo libro di Giulio Tremonti, “Guerra o pace” (edito da Solferino).
A che punto siamo?
“Il mondo è ancora globale – spiega Tremonti, oggi alla guida della Commissione Esteri della Camera –. Dagli oceani alla rete il mondo è rimasto globale come era stato. È terminata, però, la utopia della globalizzazione e questo è il fattore che produce l’effetto del disordine. Utopia vuol dire assenza di luogo e la utopia della globalizzazione, grosso modo, si identificava con il mercatismo: l’idea che il mercato fosse sopra, fabbrica perfetta del bene, e tutto il resto fosse sotto: Stati, popoli, politica”.
Giulio Tremonti ex ministro dell’Economia e oggi alla guida della Commissione Esteri della Camera
Che cosa è stato il mercatismo?
“È stata l’ultima ideologia del Novecento. Il comunismo ha perso perché ha perso, il mercatismo ha perso perché ha vinto troppo in fretta con la pretesa di essere la forma superiore dell’esistenza, volendo sovvertire la realtà. Cominciato con il World Trade nel 1994, entrato in declino con la crisi del 2008, ha trovato la sua forma iconica nella formula di Obama nel discorso di insediamento, dove si dice che ‘non abbiamo il passato, abbiamo solo il futuro’, un mondo nuovo per un uomo nuovo”.
Il disordine mondiale di oggi è, dunque, anche la reazione alla globalizzazione?
“Mettiamola giù così. L’origine e la fine del mercatismo, dal 1994 a oggi, sono concentrate in un tempo storico che è un tempo minimo. Se vogliamo capire che cosa sta succedendo, guardiamo indietro al Cinquecento, un secolo con dentro quattro fatti rivoluzionari, paralleli a quelli di queste tre decadi: la scoperta dell’America, l’invenzione della stampa, la prima crisi finanziaria globale e l’attacco musulmano da Est. Shakespeare fa dire al suo Amleto: ‘The time is out of joint’, il tempo è scardinato”.
Quali sono, invece, le quattro rivoluzioni del nostro trentennio?
“La scoperta dalla Cina, la rete, il rischio della bolla finanziaria (con l’ibridazione della finanza da parte dell’Intelligenza artificiale) e poi la guerra dell’Ucraina e del Mar Rosso. Nel Cinquecento esce un libro intitolato Mundus furiosus, nel 2016 esce un mio libro intitolato Mundus furiosus che anticipava tutto quello che sta accadendo oggi”.
Come arriviamo al mondo dei dazi?
“Per capire l’oggi e, se vogliamo, l’insistenza americana sui dazi, bisogna capire che cosa è successo in America per effetto della globalizzazione. Enormi capitali alla ricerca di manodopera a basso costo vanno in Asia. Il ritorno è un impatto negativo sulla working class. Va benissimo per Wall Street, va malissimo per la classe operaia della Costa orientale, perché perde il lavoro o vede il salario livellato dalla competizione globale. Se vuoi capire, dunque, i messaggi dell’amministrazione Usa di oggi li puoi capire per l’impatto che hanno in una birreria a Pittsburgh. O, se vuoi, leggendo il libro Elegia americana di Vance. Per mio conto nel ‘94 avevo scritto Il fantasma della povertà”.
I dazi, insomma, vengono da lì. Ma possono funzionare?
“È l’idea di correggere l’impatto negativo della globalizzazione sull’economia americana che ha perso la manifattura. Che poi funzionino è tutto un altro discorso. È troppo presto per dirlo, anche perché non sappiamo di che cosa si tratta. È un meccanismo complesso perché i dazi muovono i tassi di interesse, i tassi di cambio tra le monete. Non è semplice”.
È ipotizzabile, però, che non faranno bene.
“Diciamo che possono essere anche un boomerang. La parola critica da tenere presente è reciprocità. Dobbiamo considerare che l’Europa ha nel suo Codice doganale europeo l’Iva al 20 per cento sui prodotti di importazione, che è molto superiore ai dazi americani. L’ingresso di un bene sconta già il 20 per cento. Vuol dire che faranno almeno il 20 per cento anche loro, più di quello che è adesso”.
L’Europa, però, non sta messa bene nel suo assetto attuale.
“Io credo che l’Europa oggi è in una situazione fortemente critica. C’è un ventennio perduto. Tanto per non citarmi, nel 2005 quando ero Ministro, ho scritto un libro intitolato Rischi fatali su un’Europa che era elitaria, monetaria, totalitaria con i rischi nel confronto con la Cina. Ebbene, per vent’anni, da allora, abbiamo fatto una serie infinita di errori. L’Europa è diventata il Continente più regolato, e, dunque, più bloccato del mondo”.
Abbiamo capito la lezione o siamo sempre nel pantano regolatorio?
“La cosa grottesca è che ora Ursula von der Leyen scrive a gennaio la bussola europea: il che vuol dire che prima non c’era. Ma c’è di peggio. Perché mentre parla del nuovo mondo continua con la vecchia regolamentazione. Le do una novità: il 17 febbraio scorso esce il Regolamento ‘Misure per eradicare le mosche della frutta’, il 10 febbraio quello sulle ‘Nuove dimensioni di maglie nella pesca del merluzzo bianco’, il 5 un Regolamento che semplifica la dichiarazione di accessori di strumenti musicali”.
Perché?
“Perché? Perché sono sempre gli stessi. Einstein diceva: ‘Non affiderei la soluzione dei problemi alle menti che li hanno creati’. Ebbene, tutti questi statisti che hanno fatto queste cose dove erano? Sono sempre loro e continuano. È tragicomico”.
L’Europa non ha scampo?
“Nel libro indico un’ipotesi di sopravvivenza: non è un problema di competitività economica, semmai un problema di libertà economica. Ma prima il problema è politico: dovrebbe essere modificato il sistema di voto, togliere l’unanimità: almeno su politica estera e difesa (per inciso nel 2003 avevo proposto gli eurobond per la difesa). E, in secondo luogo, far entrare tutti i Paesi dell’Est e dei Balcani: i giovani ì vogliono l’Europa. Poi i compiti a casa li faranno dopo. Non replichiamo, insomma, gli errori tragici di questo ventennio”.
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