Parla Nelli Feroci: “Meloni zitta e in imbarazzo mentre Trump ribalta il tavolo: indecifrabile la linea italiana”

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«Sull’Ucraina la premier cerca di mantenere una coerenza senza rompere i ponti col leader Usa, ma la linea del governo italiano risulta indecifrabile», dice il presidente dello Iai. «Definire quella americana una democrazia funzionante oggi è problematico, sta saltando il concetto stesso di “Occidente”»

Il voto tedesco, il suo impatto sull’Europa, una Europa scossa dal “ciclone Trump”. L’Unità ne discute con l’Ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), tra i più autorevoli think tank italiani di geopolitica e politica estera. Diplomatico di carriera dal 1972 al 2013, Nelli Feroci è stato Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione Europea a Bruxelles (2008-2013), capo di gabinetto (2006-2008) e direttore generale per l’integrazione europea (2004-2006) presso il Ministero degli Esteri. L’ambasciatore Nelli Feroci ha anche ricoperto l’incarico di Commissario europeo per l’industria e l’imprenditoria nella Commissione Barroso II nel 2014.

Ambasciatore Nelli Feroci, visto in chiave europea, che lettura si può dare del voto tedesco?
Il voto tedesco è a mio avviso uno sviluppo positivo, nonostante il dato preoccupante della crescita molto rilevante dei consensi per Alternative für Deutschland. Emerge comunque un quadro in cui il successo dei cristianodemocratici Cdu-Csu è rilevante e conferma quello che i sondaggi ci dicevano da settimane. Dal voto emerge una situazione in cui è possibile un governo di “Grosse Koalition”, di Grande coalizione – cristianodemocratici e socialdemocratici-; ci stanno già lavorando. Un governo a due, riedizione di formule che in passato hanno avuto più o meno successo, per il quale dovrebbe essere relativamente più semplice concordare un programma che non richieda troppe giornate di lavoro e che consenta a un nuovo governo di insediarsi rapidamente, perché l’Europa ha un bisogno disperato di una Germania autorevole, forte, credibile. Tutto compreso, mi sento di dare una valutazione positiva del voto, anche considerato l’aspetto della partecipazione al voto, che è stata incredibilmente alta, la più elevata dal 1990.

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Dentro questo c’è però una crisi fortissima della Spd. È solo responsabilità del cancelliere uscente Olaf Scholz?
No. Io credo che la Spd abbia pagato tutte le difficoltà del governo “semaforo” – Spd, Liberali e Verdi – che non si è mosso con autorevolezza su numerosi fronti e questioni politiche molto delicate. A ciò va aggiunto il fatto, tutt’altro che marginale, che la Spd ha pagato la congiuntura economica, in sostanza la Germania è dentro una fase di recessione tecnica. È un Paese che è in perdita di velocità impressionante rispetto ai suoi partners europei e nel mondo. È un Paese che ha visto crollare alcuni pilastri della propria collocazione internazionale. Tutti questi fattori hanno concorso a determinare una sconfitta di proporzioni molto importanti della socialdemocrazia. Sono dati abbastanza semplici da individuare. Il vero problema ora per la Spd sarà quello di partecipare a questo governo coalizione da una posizione non troppo gregaria, che consenta comunque di mantenere alcuni punti fermi del suo programma, la componente più sociale della politica economica del Partito. Non sarà un’operazione facile. Sarà peraltro un’operazione che dovrà accompagnarsi verosimilmente con un ricambio del gruppo dirigente. Sembra di capire che Scholz non solo ha rinunciato a far parte del futuro governo ma di fatto è dimissionario dalla carica di segretario del Partito.

Quello che emerge dal voto è una spaccatura profonda tra le “due Germanie”, tra i lander dell’ex Ddr e quelli dell’Ovest.
La mappa dei consensi raccolti dall’AfD è impressionante, soprattutto nei collegi uninominali. Hanno stravinto ovunque nella ex Germania dell’Est, tranne che a Berlino, che resta una roccaforte della Spd e delle sinistre. Questo spiega anche in maniera molto chiara le motivazioni del successo dell’AfD, che raccoglie consensi soprattutto in quelle fasce della popolazione tedesca che si sentono penalizzate dal punto di vista economico. È la parte della Germania che cresce di meno, la parte della Germania dove c’è più disoccupazione, quindi insoddisfazione, quindi tendenza a rivolgersi a un partito estremista molto radicale come Alternative für Deutschland.

Partito che ha ricevuto gli endorsment di due figure di primissimo piano nella nuova amministrazione Trump: Elon Musk e il vicepresidente J.D.Vance.
Un’operazione che credo non abbia portato molta fortuna all’AfD. I dati dei sondaggi, tra il prima e il dopo gli interventi di Musk e Vance, e quelli elettorali sono rimasti in linea. Queste incursioni non sono servite a molto, anche se restano interferenze pesantissime da parte di due esponenti dell’amministrazione statunitense a sostegno di AfD. Chi era già orientato a votare per quel partito ha mantenuto la linea, ma non se ne sono aggiunti molti altri, anzi direi che non si è manifestata nelle urne alcuna sensibilità all’appello di Musk e di Vance da parte degli elettori tedeschi. Devo dire che ero rimasto molto favorevolmente impressionato dalle reazioni a caldo, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, da parte sia di Pistorius (il ministro uscente della Difesa, socialdemocratico, ndr) che dello stesso Scholz, che avevano reagito con un risveglio di orgoglio nazionale alle pesantissime interferenze di esponenti americani sulla vita politica tedesca.

Ambasciatore Nelli Feroci, l’Europa può reggere allo “tsunami Trump”, un presidente che non lascia passare un giorno senza ridicolizzare, umiliare, penalizzare l’Europa, dall’Ucraina ai dazi?
L’Europa deve reggere. Vedremo come, quanto, in che modo. Mi sembra che ci sia un risveglio di coscienza europea di fronte ad una situazione che ribalta drammaticamente tutta una serie di certezze sulle quali gli europei avevano fondato la propria collocazione internazionale. Una fra tutte, era la garanzia di sicurezza fornita dagli alleati americani. Ma la seconda, ancora più importante, era l’affidabilità e la credibilità dell’alleato americano. Oggi l’Europa deve fare i conti con un presidente e con un’amministrazione USA che non hanno alcun interesse a coltivare un rapporto con l’Europa, e che non hanno alcuna remora o difficoltà a ribaltare il tavolo. Ad esempio, sul fronte del conflitto in Ucraina, a ricercare una intesa diretta con Putin, a costo di legittimare Putin, a costo di rimettere in discussione la lettura stessa e l’interpretazione degli eventi a partire dall’inizio del conflitto. Trump ha dimostrato in ogni possibile occasione di non credere nel sistema delle alleanze. Ha una concezione tipicamente “transazionale” dei rapporti fra Stati, che interpreta come unicamente fondati su rapporti di scambio fra interessi nazionali. In numerose occasioni ha fatto capire di non considerare come strategico il rapporto con gli alleati europei. Ha una scarsissima considerazione per l’Unione europea, una organizzazione troppo complessa e difficile da capire per la sua cultura politica. È una situazione dirompente, molto peggio di quello che si poteva realisticamente prevedere. Di fronte alla quale gli europei si stanno attrezzando, sia pur faticosamente, con tutte le complessità dei nostri processi decisionali. Tutto sommato, mi pare di cogliere il senso della consapevolezza di doversi rimboccare le maniche e fare di più e meglio su molti fronti, a partire da quello della propria difesa.

Cosa resta di quella narrazione di una stampa mainstream che tratteggiava la presidente del Consiglio Giorgia Meloni come la “facilitatrice” nelle relazioni tra Trump e l’Europa?
Resta poco o niente. Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni convulsi, a fronte delle decisioni, per certi aspetti strampalate, di Trump e dei suoi uomini, è stato da parte della presidente del Consiglio un silenzio assordante che testimoniava un evidente imbarazzo, soprattutto sul fronte della guerra in Ucraina.
Improvvisamente Trump ha rovesciato la narrazione alla quale la stessa Meloni aveva aderito, cioè quella di un Paese aggredito – l’Ucraina – e di un paese aggressore – la Russia – e della necessità per l’Occidente di difendere il Paese aggredito, e quindi di schierarsi senza se e senza ma dalla parte dell’Ucraina, anche con la fornitura di aiuti di varia natura. Improvvisamente Trump ha cambiato le carte in tavola in maniera drastica, rifiuta di riconoscere che ci sia stata un’aggressione russa, addirittura attribuendo a Zelensky la responsabilità dell’inizio del conflitto. Di fronte a tutto questo, evidentemente Meloni si è trovata di fronte in enorme difficoltà e in enorme imbarazzo. Sta cercando faticosamente di recuperare, mantenendo, tutto compreso, una linea coerente con quella che era stata la sua linea e quella del suo governo fino a pochi giorni fa, ma in un evidente tentativo di non rompere completamente i ponti con Trump e con l’amministrazione americana.
Il risultato è che oggi la posizione del governo italiano risulta assai indecifrabile.

Un discorso che può allargarsi ad un altro fronte esplosivo, quello israelo-palestinese. Aldilà del vagheggiare, con tanto di video e jingle, Gaza come la “Riviera del Medio Oriente”, c’è una logica nella gestione politica di questo conflitto da parte della nuova amministrazione USA?
L’unica logica che io riesco a intravvedere dietro a queste iniziative dell’amministrazione americana e di Trump personalmente, è quella di una totale adesione alla linea non tanto di Israele ma del governo Netanyahu. Un appoggio incondizionato. Quali che saranno le decisioni che Netanyahu assumerà, gli Stati Uniti di Trump saranno sempre e comunque dalla sua parte. Questo è l’unico filo conduttore che mi sembra di poter cogliere, il che evidentemente rende molto più complicato per le componenti meno radicali della politica e della società israeliana, di definire una linea meno oltranzista sui vari fronti di conflitto su cui Israele è attualmente impegnato. Abbiamo un governo israeliano che si sente completamente legittimato e sostenuto dagli Stati Uniti – anche se altrettanto completamente isolato dal resto del mondo – quindi libero di muoversi a tutto campo, a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, ovunque sia impegnato militarmente in questa congiuntura.

Con la precedente amministrazione americana, c’era una lettura del mondo e dei suoi conflitti, come di una lotta tra democrazie e autocrazie, in nome di quei valori fondanti dell’Occidente. Tutto questo appartiene al passato con Trump?
Questo schema mi sembra completamente saltato. Anche perché definire oggi quella americana come una democrazia funzionante è assai problematico. Siamo in presenza di una qualche forma di autocrazia, ancora in via di definizione, di un presidente che si considera legibus solutus , l’ha addirittura teorizzato, che governa a forza di executive orders, che ha completamente esautorato il Congresso, anche se il Congresso sta dalla parte del presidente repubblicano, che sta cercando di far saltare tutti quei meccanismi di check and balance che erano la caratteristica preminente del sistema costituzionale americano. Definire oggi quella americana come una democrazia funzionante, secondo gli standard occidentali, è molto problematico. Quello che purtroppo sta saltando è lo stesso concetto di “Occidente”, come area nella quale prevalevano valori e principi condivisi. Questa è la cosa più drammatica dal nostro punto di vista di europei. È la stessa nozione di “Occidente” che in qualche modo viene rimessa in discussione dall’amministrazione Trump.

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