Si può tornare a vedere la luce dopo una caduta? La risposta per Giuseppe Di Morabito è racchiusa nel percorso che si sceglie volontariamente di fare, a costo di confrontarsi con emozioni che possono anche spaventare. Da un’esperienza personale dolorosa, il designer, classe 1992, ha scoperto che fragilità e forza non sono sempre in contrasto tra loro, ma possono anche convivere. Da qui è nata la collezione Autunno Inverno 2025/2026, che coincide con il suo debutto in passerella, dopo essere stato finalista di importanti concorsi come Who Is On Next? e aver rappresentato l’Italia all’International Woolmark Prize. Qui passato e presente si intrecciano al futuro, rappresentato metaforicamente da Ameca, un androide che troneggia al centro della pedana, circondato da macchine fotografiche che ne riprendono i solitari attimi di vita trasmessi sui numerosi schermi nella location. D’altro canto, sono le origini e i loro insegnamenti a nutrire lo slancio della creazione: quel gusto per il savoir faire artigianale appreso nell’adolescenza, l’amore per la storia dell’arte e del costume nei ricordi della terra natale, la Calabria. Il tailoring, vera ossessione creativa per Di Morabito, è strutturato e scolpito, ibridato da inserti di corsetteria e crinoline che evocano abiti di corte sette-ottocenteschi ma vengono interpretati in mini dress tempestati di cristalli. Armature futuristiche si sovrappongono a camicie maschili, parlando di protezione e resilienza, mentre le rose, che fioriscono anche sul moodboard, accennano a delicatezza e vulnerabilità in dialogo con pizzi e drappeggi che ricordano la sensualità ieratica della statuaria greca.
Com’è arrivata la prima ispirazione per la tua collezione?
Questa collezione è nata in un momento molto difficile della mia vita, dopo un incidente che ho fatto l’anno scorso cadendo da cavallo in Africa. È stato un evento che ha scatenato emozioni che avevo soppresso, e per questo ho iniziato a fare terapia e a lavorare sul mio passato. Quando ho saputo che avrei sfilato, mi sono chiesto come avrei potuto trasformare questa energia in creatività. Come risposta, ho fatto con i vestiti lo stesso percorso che stavo affrontando con me stesso: ripartire dal passato per ritrovare chi sono oggi. Per questo, ho lavorato su strutture che appartengono alla storia del costume, partendo dai corsetti medievali in ferro fino ad arrivare alla modernità più assoluta rappresentata nel set dello show da Ameca, il mio alter ego robotico.
Racconti di vulnerabilità e forza, e di come ci si possa sempre rialzare, se lo si vuole. Come hai tenuto insieme questi due aspetti nella collezione?
Attraverso le forme, i materiali e le tecniche di lavorazione, ho voluto raccontare sia la forza che ho dovuto tirare fuori che la grande fragilità che ho scoperto di avere… Non pensavo di poter cadere. Questa tensione si traduce negli abiti, da un lato con le corazze che sono un emblema di protezione, dall’altro con la pelle drappeggiata che avvolge il corpo quasi come se lo stesse soffocando. Ma questo stesso effetto materico richiama anche le onde del mare che simboleggiano il cambiamento, mentre le trasparenze rivelano il corpo nudo rispecchiandone la fragilità.
Quale pensi sia stata la prima impressione che ha scatenato?
Spero di aver lanciato un messaggio positivo, che diventi un invito a parlare di più di determinati argomenti che sono ancora tabù, come l’ansia e la depressione.
A prima vista, quale pensi che siano i colori e i materiali più impattanti nella tua collezione?
La collezione è molto neutra, si muove tra il nero grafico che è molto presente, l’argento metallico e i toni terrosi del deserto dove sono caduto. Poi ci sono i cristalli che simboleggiano le stelle. Il titolo della collezione è Alone With The Stars, proprio per dare un messaggio preciso: siamo tutti soli con noi stessi ed è lì che dobbiamo trovare la nostra vera forza.
Se fossi stata la prima persona a inventare un capo, quale sarebbe stato?
Mi sarebbe piaciuto inventare il blazer, perché sono ossessionato dalle costruzioni e questo si vede anche nella collezione, dove si respira una certa mascolinità. Sono nato in un paese dov’era evidente la contrapposizione tra le donne che ricamavano e gli uomini che creavano abiti su misura. Ho conosciuto così la sartoria e il ricamo, la struttura e la delicatezza.
L’anno nuovo è appena cominciato: quali sono i primi cambiamenti e i traguardi che progetti di portare a termine?
Dopo l’incidente non mi sento più la stessa persona di prima e penso che questa sfilata segnerà un nuovo inizio per me. Tra i traguardi, più di quanto ho raggiunto oggi non so cosa potrebbe esserci.
Qual è il capo che ha dato il via allo sviluppo della collezione e quale quello che l’ha chiusa?
Sono partito dalle armature medievali, che rispondevano alla ricerca di protezione, e ho finito con i look con i cristalli, perché per quanto uno cerchi di proteggersi alla fine la luce che si ha dentro deve uscire fuori.
Qual è stato il tuo primo pensiero la mattina del giorno della sfilata?
Ho pensato “devo dormire” (ride), perché avevo molta stanchezza accumulata dal giorno e dalla notte prima.
Se dovessi raccontare la tua collezione in tre parole, quali sarebbero?
Fragilità, forza e luce.
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