A Firenze ci sono arrivati con oltre mezzo migliaio di tesine sul “loro” Pier Paolo Pasolini, come lo hanno conosciuto e “fatto proprio” i mesi scorsi a scuola. Sono i 2.400 ragazzi delle superiori arrivati da tutta Italia (e dall’estero) per i tre giorni di Colloqui Fiorentini, quest’anno dedicati allo scrittore friulano. Forse l’autore più sconosciuto e frainteso della nostra letteratura, sepolto sotto strati geologici di preconcetti e condannato da una biografia più di ombre che di luci. Eppure migliaia di ragazzi sono qua per lui, com/mossi anche loro dallo stesso urlo interiore di Pasolini, che poi è anche il titolo del convegno: “Io sono pieno di una domanda a cui non so rispondere”…
“Pasolini mi è francamente antipatico per il suo approccio sempre provocatorio – commenta Francesco, studente al Conservatorio di Prato –, ma indubbiamente ti costringe a stare attento, se vuoi rispondere alla domanda del titolo. Lui ti avverte: potrebbe capitare la cosa più grande della tua vita e tu, distratto, non te ne accorgi. Non me lo perdonerei mai”. Amore e odio, fascino e respingimento, questo suscita Pasolini sui banchi di scuola, ci dicono i docenti, ma mai indifferenza. Lo ha ripetuto nel suo intervento lo storico Andrea Caspani, “come scrisse Moravia 50 anni fa alla morte di Pasolini, la forza della sua poesia è di provocare reazioni benefiche nel corpo inerte della società. Inerte… eppure si era nel 1975, gli anni della contestazione. Passavo ore davanti a una foglia o a un tronco per capirlo, scriveva nei suoi versi, i ragazzi oggi sentono la sua tensione per riempire di senso l’esistenza”. Lo conferma Giulia, liceo classico Santa Maria degli Angeli di Firenze, con le sue inquietudini: “Che cosa vale la pena vivere, se dopo c’è il nulla? Il mio desiderio di felicità è il mio bisogno di senso. Nella sua poesia Timor di me? per Maria Callas, Pasolini parla del vuoto cosmico che sento anch’io, ma di fronte all’urlo c’è lei che canta. Anche nel mio vuoto c’è chi mi ama, altrimenti la risposta alla domanda che questo convegno ci pone la puoi anche sapere, ma non la puoi vivere”.Ascolti questi ragazzi e ripensi ai decenni di riforme del sistema scolastico, di ministro in ministro ognuno sicuro della sua formula. Ma qui ai Colloqui ti accorgi che basta infiammarli, i giovani, non riempirli di nozioni.
Dopo Caspani lo ha fatto Alessandro D’Avenia, il docente e scrittore più seguito dai ragazzi: “Che scuola è questa che vi chiede di giustificare solo l’assenza? La vera scuola vi deve chiedere perché siete presenti, perché siete venuti al mondo. E se non rispondi a questa domanda non ti posso segnare presente! Torniamo a guardare la vita come un miracolo, questo ci dice Pasolini. Pensate se ogni mattina quando l’insegnante chiama il vostro nome voi vi sentiste un miracolo”. Appello raccolto da Licia, liceo Cattaneo di Monselice (Padova): “Tra le righe del romanzo Ragazzi di vita la vera domanda è chi sono io? Noi, come i suoi protagonisti, indossiamo maschere che non ci appartengono, ci omologhiamo per raggiungere quell’idea di noi stessi che in fondo è irraggiungibile”. Dentro quella omologazione si riconoscono (e si dibattono) in tanti, divisi tra una società dei consumi che li fagocita e guai se non seguono i modelli imposti, e una tensione di originalità: “Capisco che il sentirci uguali non deve farci sentire soddisfatti – interviene una studentessa del liceo Foscolo di Albano Laziale –, Pasolini ci scuote a non rifugiarci nelle apparenze ma a dare una lettura unica e originale della vita. Questo è essere diversi”.Dalla Scuola Italiana Internazionale “Aldo Moro” di Bucarest, Romania, vengono Graziano e i suoi compagni: “Leggendo le sue pagine ho scoperto che la disperazione nasce quando smetti di essere te stesso e sei costretto a recitare una parte. Quanti di noi ragazzi vivono imitando modelli cui vogliono assomigliare, ma poi, quando provi a farlo, vedi bene che per te non è importante, non ti fa felice. Il grido di Pasolini, “non avere paura di essere te stesso”, mi ha reso un’altra persona”.
Come cerca di fare Matteo, istituto Moreschi di Milano: “La rabbia di Pasolini deriva dal fatto che della vita aveva un’idea molto lucida e si sentiva solo. La domanda con cui torno a casa è la stessa sua: che razza di urlo è il mio? Anche la mia rabbia deriva dall’incomunicabilità. Una cosa intanto l’ho fatta, ho preso l’iniziativa e sono venuto qui”. Juri, liceo Foscolo di Albano, qui ha trovato il messaggio più struggente: “La grandezza di Pasolini sta nel suo profondo amore per l’essere umano, cui propone una salvezza. L’uomo in fin dei conti si salva, anche la marionetta avrà modo di contemplare quella che lui definisce “la straziante meravigliosa bellezza del creato”. La critica al nichilismo è la sua bellezza, la cultura edonistica distrugge la nostra struttura più vera: l’uomo diventa un’altra cosa, non è più ciò che dovrebbe”.
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