Combinare agricoltura e produzione di energia è un processo che ha bisogno di tempo ed esperienza. Inizia con la conoscenza della terra a cui si aggiungono le competenze di ingegneria che permettono di sviluppare gli impianti fotovoltaici. L’agrivoltaico non è solo la somma di due modi per creare reddito, ma la ricerca di un punto di ottimo tra due mondi solo apparentemente lontanissimi. “Bisogna avere le competenze adatte per entrambi i settori” dicono a lavialibera Claudio Campanella e Donato Giorgio, che sulla loro Vigna agrivoltaica di comunità a Laterza (Ta), mentre passeggiano accanto ai filari coperti dai pannelli. Per loro, con un progetto decennale di sperimentazione sul campo, questo è un investimento che guarda alla qualità dei prodotti coltivati e alla sostenibilità ambientale. In Italia saranno sempre di più le aziende come quella di Claudio e Donato, visti anche i grossi finanziamenti del ministero dell’Ambiente e i fondi del Piano nazionale di ripresa di resilienza (Pnrr). Eppure non mancano le difficoltà, tra ostacoli burocratici, incertezza normativa e il rischio che anche quello dell’agrivoltaico diventi terreno di speculazione.
La parola ha cominciato a essere utilizzata in modo ampio negli ultimi anni. Secondo l’Accademia della crusca, con agrivoltaico si intendono gli impianti che consentono “di usare simultaneamente uno stesso terreno per l’attività agricola e per la produzione di energia elettrica attraverso pannelli fotovoltaici”. Anche l’intero settore che si occupa dello sviluppo delle tecnologie per questa pratica ha preso lo stesso nome.
In Italia, le prime esperienze di agrivoltaico risalgono al 2010, ma è solo negli ultimi anni che la politica ha iniziato a regolamentare il settore riconoscendone la specificità rispetto al semplice fotovoltaico in aree agricole. Nel 2022, il ministero dell’Ambiente ha pubblicato le “linee guida in materia di impianti agrivoltaici”, che distinguono tre tipologie di sistemi con requisiti diversi:
Agrivoltaico, via ai progetti Pnrr
Nel 2021, l’agrovoltaico è stato inserito tra le voci di investimento del Pnrr. Obiettivo: installare impianti per una potenza complessiva di almeno 1,04 GW e una produzione indicativa di 1.300 GWh annui in modo da tagliare le emissioni di gas serra di 0,8 milioni di tonnellate.
Ci sono voluti altri tre anni perché l’intenzione si traducesse in misure concrete: nel dicembre del 2023, il ministero dell’Agricoltura ha approvato il “decreto agrovoltaico”, che ha stanziato 1,1 miliardi di euro per gli incentivi e definito le condizioni per accedervi. Si parla di “sistemi agrivoltaici di natura sperimentale”, che prevedono quindi l’installazione di moduli elevati da terra e sistemi di monitoraggio dell’impatto sull’attività agricola o pastorale, del risparmio idrico, della fertilità del suolo, del microclima e della resilienza ai cambiamenti climatici.
I sistemi agrivoltaici di natura sperimentale prevedono l’installazione di moduli elevati da terra e sistemi di monitoraggio dell’impatto sull’attività agricola o pastorale, del risparmio idrico, della fertilità del suolo, del microclima e della resilienza ai cambiamenti climatici
Ai gestori degli impianti ritenuti ammissibili, che devono essere aziende agricole, singole o in associazione, viene garantito un contributo che copre fino al 40 per cento delle spese di installazione e gestione e una tariffa agevolata sull’energia elettrica immessa in rete. Il bando si è aperto lo scorso giugno e si è chiuso a settembre con 643 progetti candidati. Di questi, 540 sono stati dichiarati ammessi dal ministero, per una potenza totale di 1,5 milioni di KW. Ora sono in corso le verifiche necessarie alla concessione. Termine per l’entrata in funzione: 30 giugno 2026.
“L’Italia è in un’ottima posizione per candidarsi a essere un laboratorio a livello internazionale e certamente in Europa, dove siamo già considerati uno dei paesi trainanti insieme alla Francia e alla Germania”, spiega a lavialibera la ricercatrice Alessandra Scognamiglio, presidente dell’Associazione italiana agrovoltaico sostenibile (Aias) e dallo scorso giugno alla guida dell’Agrivoltaics action group dell’Agenzia internazionale per l’energia. “Ora siamo nella fase in cui, dopo un periodo di grande fermento generato dall’avvio del bando Pnrr, i progetti che finora erano solo sulla carta devono diventare realtà, per cui vengono fuori tutte le complessità”.
Burocrazia, costi, proteste: le sfide dell’agrivoltaico
Tra le difficoltà, quelle legate alla burocrazia: “I nostri associati lamentano una serie di ostacoli procedurali – continua Scognamiglio –, di comprensione di alcuni aspetti legati alle linee guida operative e di adesione alle richieste del bando, per esempio per quanto riguarda le metriche di calcolo. Ma credo che la maggiore sfida sia quella di accrescere la fiducia e la consapevolezza nell’agrivoltaico, far capire che è un approccio diverso dal fotovoltaico a terra, è fattibile e ha un potenziale importante anche rispetto alla resilienza dell’agricoltura al cambiamento climatico. La chiave è attribuire alla produzione agricola un valore che va oltre quello di mercato e trasferirlo alla comunità perché venga percepito e accettato”.
La chiave è attribuire alla produzione agricola un valore che va oltre quello di mercato e trasferirlo alla comunità perché venga percepito e accettatoAlessandra Scognamiglio
Che si tratti di una sfida in salita lo dimostrano le iniziative di opposizione a progetti agrivoltaici che negli ultimi mesi si sono moltiplicate in diverse zone d’Italia, dalla Puglia al Veneto, passando per la Sardegna, dove lo scorso settembre a Tuili, nel sud dell’Isola, sono stati dati alle fiamme duemila pannelli destinati a un nuovo impianto. Ad alimentare le proteste, che denunciano la deturpazione del paesaggio e il rischio che quello dell’agrovoltaico diventi terreno di speculazione a beneficio di poche grandi società energetiche, è la confusione sulle “etichette”: “Abbiamo visto da subito il tentativo di etichettare come agrivoltaici sistemi che in realtà non sono altro che fotovoltaico su terreni agricoli – dice Scognamiglio –. Per questo al nome dell’associazione abbiamo voluto aggiungere l’aggettivo ‘sostenibile’: per noi l’approccio dev’essere necessariamente sistemico e integrare non solo la dimensione energetica e agricola, ma anche quella del paesaggio”.
In effetti, se i 540 progetti ammessi al bando Pnrr sono tutti a dimensione aziendale e gestiti da imprese agricole, il portale Valutazioni e autorizzazioni ambientali del ministero dell’Ambiente classifica come agrivoltaici altri 1298 progetti, perlopiù di grande taglia e proposti da società energetiche, che non prevedono l’obbligatorietà di sistemi di monitoraggio. Lavialibera ha rielaborato i dati: le regioni maggiormente interessate risultano Sardegna, Sicilia e Puglia, con la provincia di Foggia che registra sia il maggior numero di progetti (209) e quella di Brindisi la più alta densità rispetto alla superficie (un progetto ogni 23 chilometri quadrati). Dal portale, però, risulta impossibile sapere quanti abbiano ricevuto l’autorizzazione e siano in funzione e il ministero non ha risposto alle domande de lavialibera in merito.
I rischi degli interessi della criminalità organizzata sulle rinnovabili
L’agrivoltaico, poi, non è immune dal rischio di interessi mafiosi, che interessa l’intero settore delle rinnovabili. “Le operazioni di acquisizione di terreni da parte di società energetiche sono usualmente classificate come di potenziale interesse della criminalità organizzata, alla luce degli storici interessi criminali nel settore, e la presenza di contributi pubblici o agevolazioni territoriali rappresenta un ulteriore elemento di rischio – spiega a lavialiberaEnzo Serata, direttore dell’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia –. I flussi esaminati, sia pure con deboli segnali, indicano una tendenza alla concentrazione di questo genere di imprese in Sicilia e la Puglia”.
A queste aziende si affianca un elevato numero di soggetti segnalati, in prevalenza ditte individuali, attivi nel comparto agricolo e nel settore agrituristico.
Ad aiutare il sistema di prevenzione e repressione di questi fenomeni, Serata cita alcune misure per evitare l’abuso dei finanziamenti pubblici. Innanzitutto, l’uso delle segnalazioni di operazioni sospette, con una stretta collaborazione con la pubblica amministrazione (Pa). “La Pa – continua il direttore – è riuscita negli ultimi tempi a migliorare il proprio contributo, soprattutto visti i rischi connessi alle risorse Pnrr. Continuare in questo percorso congiunto rappresenta un importante presidio al corretto utilizzo delle risorse pubbliche”.
Alcuni esempi di agrivoltaico in Italia
Per capire quali risultati stanno raggiungendo le aziende e quali sfide devono affrontare, lavialibera ha visitato due imprese che lavorano con il sistema agrivoltaico: la Vigna agrivoltaica di comunità a Laterza (Taranto) e Le Greenhouse, il primo consorzio italiano di aziende specializzate in questo tipo di coltivazione, nelle sedi di Milis (Oristano) e Scalea (Cosenza).
Claudio Campanella e Donato Giorgio sono due dei soci della Vigna agrivoltaica di comunità. L’impianto è stato avviato tra il 2008 e il 2011, in un periodo di liberalizzazione delle energie rinnovabili dalla regione Puglia, soprattutto nel fotovoltaico. Sono state necessarie richieste di connessione e una serie di passaggi burocratici per l’installazione dei pannelli solari. “La società Svolta – raccontano a lavialibera – ha deciso di non utilizzare il fotovoltaico a terra per evitare di rendere inutilizzabile il terreno fertile, optando invece per una soluzione che permettesse di coltivare sotto i pannelli”.
La zona murgiana dove ha sede l’azienda è una delle più fertili d’Italia, con raccolti significativamente superiori rispetto ad altre zone. Dopo la sperimentazione con diverse colture, la vite è stata identificata come la più adatta per crescere sotto ombreggiatura. “Nella nostra concezione – continuano Campanella e Giorgio – il fotovoltaico aiuta l’agricolo e addirittura lo migliora”.
Con l’irraggiamento sempre più forte, soprattutto in alcune ore del giorno, le piante vanno in sofferenza. Ecco perché una copertura è fondamentale. L’altro aspetto che distingue questa azienda è la scelta di avere “comunità” all’interno del nome. “L’inclusione di questo termine sottolinea l’importanza della partecipazione collettiva e della valorizzazione del territorio” confermano a lavialibera.
Condividere il progetto aiuta a superare alcuni limiti. La collaborazione con l’Università di Bari aiuta nello sviluppo delle colture sotto i pannelli. Le attività con famiglie e bambini coinvolgono molte persone nelle varie fasi di vita delle piante. Lo scoglio da superare, soprattutto considerando i nuovi progetti, sembra essere quello della rete elettrica, che deve essere rafforzata per permettere a tutta questa energia di essere immessa in circolo.
Anche per Antonio Lancellotta, che nell’azienda Le Greenhouse di Scalea coltiva limoni e cedri, l’agrivoltaico consente di “garantire ricadute positive sul territorio, per le persone che già ci vivono e per quelle che vorranno spostarsi”. Secondo Lancellotta, questo sistema è democratico, perché dà l’opportunità di produrre energia in maniera pulita. Nonostante i costi, soprattutto nella parte iniziale, il grande vantaggio di questo tipo di combinazione è di riuscire a “pianificare le spese e seguire un piano industriale all’interno dell’azienda”. L’entrata economica fissa dell’energia può infatti dare più stabilità a chi, altrimenti, dipenderebbe solo dalla produzione agricola, che ha delle variazioni considerevoli sia in base alle condizioni atmosferiche, sia dal prezzo poi a cui frutta e verdura vengono immesse nel mercato.
A lavorare nell’impianto di Scalea, che produce 9mila MWh annui circa di energia, lavorano agronomi, ingegneri elettrici ed elettronici. “Avere persone esperte in agricoltura è sempre più difficile. – racconta Lancellotta – Ma fatto nel giusto modo, l’agrivoltaico riesce a garantire la tradizione ma anche l’innovazione”.
Proprio per aumentare l’efficienza, è iniziato nell’impianto un processo di revamping, ossia di cambio dei pannelli solari, dopo circa 10 anni di attività. Un modo per migliorare la tecnologia e assecondare i tempi della natura, in modo che i cedri e i limoni non soffrano della mancanza di copertura.
Agrivoltaico in Sardegna, rischio stop con la legge aree idonee
In Sardegna, il destino dell’agrivoltaico si intreccia con il dibattito accesissimo sulle rinnovabili, di cui l’isola, per la disponibilità di suolo e l’esposizione naturale a sole e venti, potrebbe diventare uno dei principali hub a livello europeo. Lo scorso dicembre, sollecitata da una proposta di iniziativa popolare che ha raccolto più di 200mila firme, la Regione ha approvato una Legge sulle aree idonee estremamente restrittiva, che limita all’1 per cento del territorio dell’isola la superficie su cui possono essere installati impianti per le energie rinnovabili. A fine gennaio, il governo ha impugnato la legge ritenendola “in contrasto con la normativa statale ed europea”. Ora si attende la pronuncia della Corte costituzionale.
Con questa incertezza deve fare i conti anche una delle altre sedi di Le Greenhouse, che a Milis (Oristano) gestisce un agrumeto: 80 serre rivestite di pannelli solari, che non solo assicurano l’energia elettrica necessaria all’attività agricola e al funzionamento dei sistemi di monitoraggio, ma soddisfano una buona parte del fabbisogno energetico del paese. Qui crescono limoni, lime, fingerlime e pompia sarda, antico agrume endemico della regione. “L’agrovoltaico in serra, garantendo un ambiente protetto e controllato, permette di preservare anche queste varietà più rare”, spiega Mario Lancellotta, agricoltore, mentre mostra sullo smartphone l’applicazione con cui monitora i parametri di ogni serra.
Per gestire impianti del genere, oltre all’investimento iniziale, servono competenze tecniche che non sono richieste nell’agricoltura tradizionale: per questo Le Greenhouse ha coniato il termine “agrivoltore”
Certo, per gestire impianti del genere, oltre all’investimento iniziale, servono competenze tecniche che non sono richieste nell’agricoltura tradizionale: per questo Le Greenhouse ha coniato il termine “agrivoltore”. L’azienda ha in cantiere un progetto di espansione dell’agrumeto di Milis e la creazione di nuovi impianti, ma la legge regionale “ci costringe a procedere con il freno a mano”, dice Antonio Lancellotta, amministratore delegato del consorzio. “Ad essere rallentato non è solo il nostro lavoro, ma anche il dialogo e lo scambio di esperienze virtuose con gli agricoltori locali interessati a questo approccio”.
Questo articolo è stato realizzato nell’ambito di SoJo Europe, programma di promozione del giornalismo delle soluzioni, con il supporto di Journalism Fund Europe.
***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****
Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link