AI Festival 2025: dall’implementazione di ChatGPT alla geopolitica: “Rispetto a Cina e Usa, l’Europa è poco competitiva”

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La Bocconi di Milano ospita l’Ai festival 2025: si tratta del primo festival internazionale organizzato in Italia dedicato all’intelligenza artificiale. Dopo il successo dello scorso anno, non poteva mancare l’appuntamento con la due giorni milanese dedicata all’AI e che riunisce in due giorni professionisti, aziende, startup e stakeholder per discutere la rivoluzione apportata dall’AI non solo nel business, ma anche in ambito politico, sociale, sanitario e lavorativo. Comprese le potenzialità per il giornalismo.

I momenti di presentazione e dibattito, spesso a mo’ di “tavola rotonda”, si svolgono in diverse sale formative dove, speaker ed esperti da tutto il mondo, condividono competenze ed analisi sull’AI. Oltre alle (brevi) conferenze tenutesi nei rispettivi spazi ed aule dell’università, è stato possibile – per chi interessato ad approfondire questioni e punti di vista relativi all’AI – organizzare incontri ed opportunità di business nell’area B2B. Non sono mancate, inoltre, le startup innovative a tema AI (protagoniste di una competizione internazionale), le presentazioni di prototipi di robotica, soluzioni, tool e software nell’area fieristica. Infine, spazio anche per grandi ospiti, referenti di brand internazionali ed istituzioni in Sala Plenaria, per approfondire il tema “presente e futuro” dell’AI. Dai punti di vista su “come implementare ChatGPT e i suoi competitor per ottimizzare la produttività” dei contenuti, ai dati sintetici, passando poi per “quale governance” sarebbe ideale da adottare “per l’Italia e l’Europa”.

Impossibile non domandarsi a che punto sia l’Europa – in tema di AI – rispetto alle competitor Cina e Stati Uniti. Secondo il Presidente dell’Istituto per la Competitività, Stefano Da Empoli, l’Europa è ancora “poco competitiva. C’è ritardo per gli investimenti nello sviluppo dell’AI. DeepSeek (l’intelligenza artificiale cinese che, un mese fa, ha creato un terremoto finanziario in ambito tech, ndr) quasi dal nulla, è diventata nota e scaricata da centinaia di migliaia di persone, a dimostrazione di come la Cina sia più competitiva. In Europa manca un ecosistema che funzioni, anche perché abbiamo minimo 27 legislazioni differenti (una per ogni Paese membro dell’UE, ndr) e, pure questo, gioca a sfavore nonostante le risorse umane e finanziare non manchino”.

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Il timore di molti è che, col tempo e con sviluppi sempre più mirati, l’AI possa sostituire l’uomo in diverse professioni, creando maggiore disoccupazione. Non è dello stesso avviso Enrica Sabatini che, sul tema, ha ribaltato la questione. “Più che preoccuparci dell’AI, dobbiamo focalizzarci sul fatto che l’AI non ci possa superare. Anzi, bisogna pensare a come l’AI possa farci superare i nostri limiti”, ha spiegato la giornalista e cofondatrice di Camelot-AI, azienda che fornisce supporti e soluzioni innovative alle aziende grazie alla propria intelligenza artificiale. Sabatini ha approfondito le funzionalità garantite da Camelot-AI. Il cliente – che sia una startup o una grossa azienda – può acquistare il pacchetto AI offerto da Camelot che, specialmente durante riunioni in cui ci sono diversi punti di vista (e contrasti lavorativo-gestionali), “analizza il dibattito in corso ed evidenzia fallace e bias cognitivi. Può far comprendere se, il discorso e le motivazioni esposte, hanno distorsioni, facendo capire i limiti dell’esposizione”.

Sono in aumento – in tutto il mondo – le truffe basate su deepfake. Laddove, quindi, sarebbe meglio adottare un comportamento maggiormente razionale, “l’umanizzazione” degli assistenti vocali e delle chatbot sta rallentando una piena consapevolezza sull’utilizzo di quest’ultime da parte di una buona parte di utenza. Basti pensare che, come spiegato da Sabatini, “una delle parole più dette a Siri (l’assistente virtuale di Apple, ndr) è ‘grazie’. Molti, a Siri, hanno fatto anche proposte di matrimonio. Questo perché tendiamo ad umanizzare questi assistenti. Lo facciamo perché, come Siri, si attivano subito quando vengono chiamati. Le aziende lo sanno e, quindi, rendono più ‘cortese’ l’AI, umanizzandola. In futuro faremo più fatica a capire se saremo davanti ad un umano o davanti ad un’AI. Diventa quindi indispensabile investire sugli umani: il pensiero critico, infatti, ci porterà a migliorare conoscenza e ci farà comprendere se dall’altra parte ci sarà una chatbot o un essere umano”.

In ambito sanitario, invece, le aziende ed i cittadini possono trovarsi davanti ad un bivio. La domanda che ci si pone è: il cittadino è disposto a condividere i suoi dati personali (dimensione soggettiva) per favorire la ricerca e la creazione, ad esempio, di un nuovo farmaco (dimensione collettiva)? A dare una propria versione sul quesito ci ha pensato Alessandro Brusadelli, ricercatore e studioso dell’AI. “I problemi sono due: il primo sono le implicazioni giuridiche relative allo sviluppo del modello privacy e, poi, l’impiego del modello. Per poter generare dati sintetici bisogna partire da un trattamento dei dati e, per avere un’alta qualità di informazioni, bisogna averne tanti a disposizione. Con meno dati si hanno interventi di minor qualità. Quindi che si fa? Se il modello AI è volto ad una scoperta di nuovi farmaci, il bene collettivo dev’essere messo in primo piano, anche a discapito del trattamento dei dati”, ha dichiarato Brusadelli.



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