Giovanni Bosi, Spello / Umbria
Oggi una scenografica villa costruita nel XVI secolo e trasformata duecento anni dopo in uno stile eclettico, con richiami barocchi e neoclassici, offre un colpo d’occhio di grande effetto, tanto da essere tra i principali richiami di questo centro dell’Umbria. Eppure archeologi, ricercatori, geologi e studiosi hanno saputo ricostruire con precisione millimetrica tutto quello che c’era ben duemila anni fa, ai tempi dell’imperatore Augusto e poi di Costantino. E che la dice lunga sull’impronta lasciata qui a Spello dagli antichi Romani. Siamo venuti a vedere. Perché c’è anche molto di più…
(TurismoItaliaNews) Città d’arte, città dell’olio, città delle Infiorate, borgo fiorito, borgo tra i più belli d’Italia, borgo Bandiera arancione del Touring Club, borgo incuneato nella “Fascia olivata Assisi – Spoleto”, paesaggio pedemontano appenninico di oltre 40 chilometri, risultato millenario di cultura non di natura spontanea, riconosciuto Patrimonio agricolo di rilevanza mondiale della Fao e addirittura in corsa per il suggello Unesco. Il palmares di Spello, nella Valle Umbra, è davvero ricco. E c’è di più: questa è anche una città romana. Basta avere occhi per guardare e capirlo subito. Il centro storico è ricchissimo di reperti ormai inglobati nel tessuto urbano: porte, statue, fontane, elementi decorativi, lastricati. Ma basta allontanarsi un po’ per trovare qualcosa di ancor più straordinario.
Come la Villa dei Mosaici, un’autentica stargate per un viaggio emozionante nel tempo. Si entra letteralmente nella casa di un patrizio romano per ammirare dieci ambienti con pavimenti a mosaici strabilianti: decorazioni geometriche, animali selvatici e fantastici, figure umane e scene di vita. Tappeti di pietra di rara bellezza. Con quasi 500 metri quadrati recuperati, questa Villa (oggi conservata in una struttura di grande bellezza e funzionalità architettonica) è considerata una delle scoperte archeologiche più straordinarie dell’Umbria. Che ebbe massima vita nel periodo più splendente dell’antica Hispellum. Il Rescritto di Costantino, probabilmente del 333-337 d.C. la annovera tra le città che si distinguevano per aspetto e bellezza.
Tutto è iniziato con un fortuito ritrovamento di mosaici nel luglio 2005. La Villa dei Mosaici si trovava lungo un ramo secondario della Via Flaminia che da Roma arrivava a Rimini attraversando l’Umbria. L’ingresso (vestibulum, fauces, atrium e tablinum) è andato perduto; ciò che resta sono venti ambienti, dieci dei quali conservano pavimenti a mosaico di grande bellezza con motivi geometrici e figurati di vari colori: bianco, rosso, nero, verde e giallo. Intorno al peristilio – il cortile porticato che circondava il giardino interno ornato con statue, erme, fontane e cespugli di erbe aromatiche – si aprono una serie di stanze denominate dalle figure e dai motivi decorativi dei mosaici. Una meraviglia assolutamente da vedere!
Se la Domus è un’attrazione, non lo è di meno il santuario appartenente ad un insieme sacrale di epoca classica. Un mega complesso che Spello oggi può ancora esibire, seppure trasformato dal tempo. Ma di cosa si tratta? Lì dove oggi campeggia Villa Fidelia, realizzata nel XVI secolo dalla famiglia Urbani sui resti del santuario, e passata nel XVIII secolo a Donna Teresa Pamphili Grillo che l’ha trasformata completamente, c’è un’incredibile area sacra, con tanto di anfiteatro, teatro, terme e templi. L’assetto attuale di Villa Fidelia contempla, oltre al Parco di oltre 5 ettari, il giardino all’italiana, il prato della magnolia, il galoppatoio, il giardino vesuviano con statue, l’esedra con l’orologio, la fontana di Diana cacciatrice, l’area verde del piccolo teatro, la lecceta, l’uliveto, la Palazzina, i locali della Limonaia, la Chiesa di San Fedele. Un complesso che colpisce immediatamente chi si trova a passare lungo la Strada Centrale Umbra.
Che rispetto ai tempi dei Romani si presenta tuttavia con un assetto diverso, a partire dalla scomparsa dell’antico Lacus Umber, che il poeta latino Properzio ammirava dall’alto delle colline, alla bonifica romana. Ma non c’è dubbio che l’insieme sacrale di epoca classica ha fortemente condizionato Villa Fidelia nella sua disposizione planimetrica e d’impianto, al punto che, nonostante gli edifici e i giardini siano sorti in epoche successive, l’impronta dell’antico santuario ha regolato l’opera di edificazione e di sistemazioni successive in modo tale da fare apparire il complesso un tutto unitario, non slegato e frammentario.
“La Valle Umbra – ci spiega Paolo Camerieri, già ispettore onorario archeologo del Mibact dal 2014 al 2020 – ha registrato dinamiche evolutive del paesaggio storico, con particolare riferimento alle bonifiche seguite alla ‘romanizzazione’ e agli interventi di recupero del tardo impero, primo medioevo. Assetto che ha portato a indagare anche l’aspetto legato alla navigabilità della rete idraulica del sistema Topino – Clitunno – Tevere”. Un territorio oggi vissuto e talvolta stravolto, letto come un palinsesto modificato nel tempo. La dottoressa Giuliana Galli, specializzata in archeologia classica all’Università “La Sapienza” di Roma, ha fornito sul tema un approfondito contributo a seguito dello studio del territorio tra Hispellum e Fulginia (l’attuale Foligno), tratta dei principali elementi indiziari sulla presenza puntuale di importanti santuari, localizzati in punti strategici lungo la viabilità principale e di transumanza, dedicati a divinità legate all’acqua come elemento di purificazione, di fertilità, di fecondità agraria, ma anche come luogo di scambi culturali e commerciali. Tassello dopo tassello, è stato possibile così ricostruire il cambio di scenario nei secoli.
L’archeologa Sabina Guiducci qui a Spello, durante lavori di assistenza archeologica di cantiere, ha rinvenuto e scavato nel 2005 la villa dei Mosaici, nel 2007 la villa rustica in località Navello e nel 2009 la tomba a circolo in località Prato, potendo al contempo approfondire gli aspetti legati alle risorse idriche presenti nel territorio, come fiumi e sorgenti, e la loro distribuzione di superficie, descrivendo quei corsi d’acqua e quelle scaturigini destinate alla captazione da parte degli acquedotti dall’età antica all’età medioevale e moderna.
Di fatto, la fontana di Porta Consolare, ci dice l’archeologa Paola Rom della Soprintendeza Archeologia Belle Arti Paesaggio dell’Umbria, è una delle evidenze di maggior rilievo dell’acquedotto romano di Hispellum, che oggi consente una contestualizzazione storica, architettonica e topografica mettendo in luce l’importanza funzionale del manufatto.
Anfiteatro romano, dunque. Siamo lungo la Via Flaminia, tessera immancabile di quel monumentale complesso suburbano romano che comprendeva anche il teatro, le terme presso la chiesa di San Claudio e il santuario a terrazze con edifici di culto dedicati a diverse divinità – tra le quali di certo Giove e Venere – e dove si svolgevano feste a cui partecipavano tutte le città umbre. Le dimensioni complessive sono di 114 per 87 metri, quelle dell’area sono di 62,40 per 36,45 metri, per un perimento di 157,30 metri, Il prospetto esterno è costituito da 56 arcate su pilastri con semicolonne addossate. Dei corridoi si conservano le volte in cementizio. In uno degli ambienti a nord era collocata una piccola ara con iscrizione andata perduta ed erano visibili resti di pavimento a mosaico in tessere bianche e rosa. La datazione del monumento è fissata tra le fine del I secolo avanti Cristo e l’inizio del I secolo d.C. periodo in cui la città si ingrandisce e si monumentalizza anche grazie al favore dell’imperatore Augusto, che la trasforma in colonia. Secondo un calcolo, poteva ospitare qualcosa come 15mila spettatori!
Il primo a menzionare l’ainfiteatro è stato l’erudito locale Fausto Gentile Donnola, che nella sua opera “Historia della Terra di Spello” di fine XVI secolo descrive le strutture di età romana della città e riporta anche epigrafi da lui stesso ritrovate presso l’anfiteatro tra il 1586 e il 1595. Si tratta delle basi di statue dedicate ai magistrati ispellati Gneo Equasio Calvo e Lucio Matrinio Aurelio Antonino, personaggi importante nella città in epoca tardoantica. Il XIX secolo ha visto distruzioni gravissime interessare gli edifici di spettacolo della città antica.
L’anfitetro tra il 1831 e il 1832 è stato interessato da sterri condotti da un privato al fine di ricavare materiale per la costruzione di una massicciata stradale. Questa operazione portò tra l’altro a crolli delle strutture ed in seguito il terreno fu ceduto in usufrutto ad un altro privato e trasformato in orto. Nella seconda metà del XX secolo sono stati condotti nell’anfiteatro scavi e restauri, con il rinvenimento di una grande lastra marmorea, spezzata in tre pezzi, che riportava il nome del facoltoso personaggio localecheaveva fatto costruire il monumentale edificio (o forse parte di esso): il magistrato locale Caius Alfius Rufus. Del monumento si conservano parte del portico perimetrale e dell’ingresso posto a nord sull’asse maggiore, il muro del podium ed alcuni setti radiali, messi in luce durante gli scavi degli anni 1958-1959.
In quello che è oggi il Convento Piccolo San Damiano delle Monache Missionarie d’Egitto, sono state riportate in luce le murature del tempio che si ipozza dedicato a Venere, mentre nella prospiciente Chiesa di San Claudio, in stile romanico del XII secolo, le indagini archeologiche condotte nel 2001-2003, hanno messo in luce, lungo il lato esterno della navata sinistra, resti di ambienti riscaldati, pertinenti ad un edificio termale di età romana. L’ipotesi è confermata dalla presenza di tubuli sui muri in opera laterizia e da frammenti di mosaico pavimentale in tessere bianche e rosa con decorazione geometrica. Sul lato Nord è venuta alla luce parte di una necropoli di età altomedievale, che presentava 25 sepolture a fossa semplice, con cassa laterale costituita da blocchi di calcare bianco locale e pietra rosa del Subasio, prive di corredo. In corrispondenza del lato esterno delle altre due navate, sono stati rinvenuti due ambienti romani affrescati, parzialmente conservati. Il primo presenta due diversi strati di intonaco: uno è dipinto con i colori rosso, verde ed azzurro, e reca i segni della martellinatura per la stesura del secondo strato, più recente, dipinto con i colori bianco e giallo scuro. Il pavimento, in cocciopesto, mostra la rara particolarità di una stesura di colore rosso, lo stesso del rivestimento parietale. Dell’altro ambiente resta solo il pavimento in cocciopesto e parte del rivestimento parietale, costituito da un solo strato di intonaco dipinto, rosso ed azzurro.
Insomma qui, come si scava, un po’ come a Roma salta fuori qualcosa di Romano. E a Spello ne sono ben felici, ovviamente. Tanto che ogni anno l’associazione Hispellum ad agosto rievoca il fascino irresistibile della città di età romana. “È la bellezza di un viaggio a ritroso nel tempo sulle vestigia della Colonia Iulia dell’epoca d’oro di Augusto e poi di Costantino” chiosa il suo presidente Sandro Vitali. Una rievocazione in piena regola che pone Spello nel circuito internazionale delle città europee che ripropongono questo tipo di spettacoli, da Sassoferrato nelle Marche, a Roma, Luni, Aquileia fino ad Alba Iulia in Romania, solo per citarne alcune.
Per saperne di più
www.comune.spello.pg.it
www.villadeimosaicidispello.it
www.hispellum.eu/2024
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Giovanni Bosi, giornalista, ha effettuato reportages da numerosi Paesi del mondo. Da Libia e Siria, a Cina e India, dai diversi Paesi del Sud America agli Stati Uniti, fino alle diverse nazioni europee e all’Africa nelle sue mille sfaccettature. Ama particolarmente il tema dell’archeologia e dei beni culturali. Dai suoi articoli emerge una lettura appassionata dei luoghi che visita, di cui racconta le esperienze lì vissute. Come testimone che non si limita a guardare e riferire: i moti del cuore sono sempre in prima linea. E’ autore di libri e pubblicazioni.
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