la ferita di Cutro è ancora aperta

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Due anni dopo, Mohammed ricorda ancora l’angoscia e la paura di quella notte di burrasca, le urla delle donne e dei bambini quando il caicco turco Summer Love si arenò su un basso fondale davanti alla spiaggia di Steccato di Cutro e le speranze di 180 persone furono sommerse da un mulinare di schiuma e di acqua salata. Era a bordo anche lui, giovane palestinese fuggito dalla Striscia di Gaza in cerca di un futuro migliore. I soccorsi militari italiani non arrivarono, nonostante il barcone fosse stato segnalato ore prima da un velivolo di Frontex. Lui si salvò, insieme ad altri 80 migranti, mentre un altro centinaio di persone (94 sono le vittime accertate, fra cui 34 minori) non ce la fecero. Per onorare la loro memoria nelle cerimonie per il secondo anniversario della strage, lui è tornato dal Belgio, dove sta cercando di rimettere la propria esistenza su binari sicuri, nonostante le difficoltà legate alla possibilità di ottenere nuovi documenti. Invece la giovane afgana Farzaneh nella tragedia ha perso uno zio, una zia e tre cuginetti, un’intera famiglia annegata mentre cercava di raggiungere proprio lei in Germania. Il suo dolore è una ferita che si riapre ogni volta che torna a Steccato, ma pure lei non intende rinunciare a farlo, per la memoria dei suoi cari, ma anche per il dovere civico di ricordare ciò che avviene ogni giorno nel Mediterraneo. Tanto Mohammed che Farzaneh attendono ancora, a quasi due anni dalla promessa fatta ai superstiti e ai parenti dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, di potersi ricongiungere con quanto rimane delle rispettive famiglie. Ci è riuscito invece il 40enne curdo-iraniano Mojtaba, che proprio a Crotone ha trovato un lavoro come pasticciere in una gelateria, chiedendo e ottenendo di far venire qui i propri cari. Spezzoni di vita che sono riaffiorati in un incontro pubblico nella Lega navale crotonese, organizzato dalla Rete 26 febbraio, un insieme di associazioni e cittadini che dal giorno della tragedia si è schierato in difesa dei diritti dei migranti coinvolti. A distanza di due anni, ragiona la portavoce della rete Manuelita Scigliano, «purtroppo niente è cambiato. Le promesse del Governo ai familiari non sono state mantenute. Il provvedimento di ricongiungimento coi parenti avrebbe dovuto interessare circa 200 persone, tuttavia solo qualcuno di loro è riuscito ad arrivare in Europa, mentre la maggior parte si trova ancora in transito nella rotta migratoria, bloccata nei campi di Turchia e Iran».

«Non scenda l’oblio su quelle vite spente»

Non è la sola cosa che non è cambiata, osserva ancora Manuelita, non senza amarezza: «Continuano i discorsi di odio e di criminalizzazione nei confronti dei migranti e delle Ong. E continuano ad accadere tragedie simili, come quella a Roccella Jonica del giugno 2024, che non ha avuto la stessa risonanza mediatica». Lei e gli altri esponenti della Rete 26 febbraio ritengono che «nella gestione dei fenomeni migratori, molte cose debbano cambiare. Su questo, presenteremo un documento con le nostre proposte». E un «accorato appello affinché non scenda l’ombra dell’oblio su queste vite spente né sulle tante altre che necessitano ancora di essere ascoltate» arriva dalla Conferenza episcopale calabra, che auspica che «tutti facciano la loro parte, Stato, Regioni, Province e Comuni, Chiesa, mondo dell’informazione e altre realtà associative», per «promuovere la cultura dell’accoglienza». Su questo lembo di costa ionica, teatro di sbarchi da decenni, molti fanno memoria. «Bisogna ricordare, per evitare che simili tragedie si ripetano. La vita di questa gente che scappa dalla guerra e dalle persecuzioni va sempre salvata e poi si decide cosa fare», argomenta il sindaco di Crotone Vincenzo Voce, dopo aver intitolato un giardino pubblico ad Alì, il bimbo più piccolo fra le vittime del naufragio. «Sono trascorsi due anni e il dolore è sempre presente», prosegue Voce, convinto che «i centri per migranti che il governo ha pensato di istituire in Albania non servano» e che «il problema dell’immigrazione debba riguardare l’Europa». E non intendono dimenticare neppure diverse associazioni (fra cui Alarm Phone a Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans e Open Arms), impegnate nei salvataggi in mare. «Quella tragedia si sarebbe potuta evitare – affermano -. Quella notte non venne attivato nessun piano di ricerca e soccorso, ma il caso del caicco fu trattato come un’operazione di polizia per la protezione delle frontiere».

A marzo l’udienza sui mancati soccorsi

Dopo il naufragio, le indagini della procura di Crotone si sono mosse lungo due direzioni. La prima, nei confronti di 5 presunti scafisti (un sesto, forse il capitano, annegò quella notte), ha visto già celebrare alcuni processi. A luglio, con rito abbreviato, è stato condannato a vent’anni di reclusione Mohamed Abdessalem, 26enne siriano considerato il timoniere della barca. E altre tre condanne sono state pronunciate a dicembre: 16 anni per il 22enne pakistano Hasab Hussa e per il 51enne turco Sami Fuat e 11 anni, un mese e dieci giorni per Khalid Arslan, 26enne pakistano. Inoltre, a gennaio, la corte di Appello di Catanzaro ha confermato la condanna in primo grado a venti anni per il 29enne turco Gun Ufuk. Ma il suo avvocato, Salvatore Falcone, ha annunciato ricorso in Cassazione, ritenendo la sentenza «ingiusta». Nel secondo filone, aperto dal pm Pasquale Festa rispetto ai mancati soccorsi prestati al barcone, cresce l’attesa per la data del 5 marzo, quando compariranno davanti al giudice dell’udienza preliminare di Crotone Elisa Marchetto, i quattro militari della Guardia di Finanza e i due della Guardia Costiera, accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Sono il 56enne Giuseppe Grillo, capo turno della sala operativa del Roan della Guardia di finanza di Vibo Valentia; il 50enne Alberto Lippolis, comandante del Roan; il 51enne Antonino Lopresti, ufficiale in comando tattico; il 52enne Nicolino Vardaro, comandante del Gruppo aeronavale di Taranto; la 40enne Francesca Perfido, ufficiale di ispezione dell’Imrcc della Guardia costiera di Roma; e il 51enne Nicola Nania, guardacoste in servizio a Reggio Calabria. Per loro, a fine 2024, la procura ha chiesto il rinvio a giudizio, ipotizzando che, a vario titolo, possano esser stati responsabili di negligenza, imprudenza e imperizia, in un contesto forse viziato da omissioni collegate alla mancata attivazione del piano “Sar” di ricerca e salvataggio in mare.

L’avvocato: le famiglie di quei morti ci guardano

All’udienza sarà presente anche Fabio Anselmo, avvocato di alcuni parlamentati di Avs che hanno sporto denuncia. A suo parere, si tratta di « una tragedia annunciata, viste quelle precedenti e quelle successive, che non può e non deve rimanere impunita». Perciò l’udienza del 5 marzo sarà «importantissima», perché «dovranno essere accertate le responsabilità di coloro che hanno mancato ai loro doveri», osserva ancora Anselmo, chiedendosi «se davvero siano solo e soltanto quelli che sono oggi alla sbarra». La sua intima speranza, e di tanti altri, è che alla fine giustizia sia fatta, perché «le famiglie dei morti di Cutro ci guardano».





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