Con le sue aperture a uno stop dell’austerità per “liberare” più spesa pubblica per la difesa, l’avvento del leader cristiano-democratico Friedrich Merz alla cancelleria tedesca è destinato a innescare un effetto a catena per tutta l’Ue. La Germania è, infatti, abituata a gestire i propri conti pubblici con il freno a mano tirato e una quasi religiosa avversione all’indebitamento; una cautela rigorista che ha tradizionalmente proiettato sulle finanze europee, imbrigliate da vincoli e paletti di prudenza di bilancio su debito e deficit. Ma di fronte ai nuovi equilibri internazionali, con gli Stati Uniti che si ritirano dall’Europa lasciando pagare il continente per la propria sicurezza, le cose sembrano destinate a cambiare. A partire da una modifica costituzionale che il Bundestag potrebbe esaminare prim’ancora dell’inizio formale della nuova legislatura previsto il 25 marzo, visto che per approvarla occorre una super-maggioranza dei due terzi e nel prossimo Parlamento le forze di opposizione di estrema destra ed estrema sinistra avrebbero i numeri per bloccare l’iniziativa. Si tratterebbe di riformare il cosiddetto freno all’indebitamento, la “Schuldenbremse”, cioè la norma di livello costituzionale che impone al governo federale di perseguire il pareggio di bilancio e limita il deficit strutturale annuo allo 0,35% del Pil. Fu introdotto con un emendamento alla Legge fondamentale nel 2009, nel pieno del regno di Angela Merkel – l’arcirivale interna di Merz -, per mostrare la determinazione tedesca nel mantenere conti pubblici in salute dopo la crisi del debito sovrano dell’anno prima. Da allora, al netto della sospensione durante la pandemia, il freno all’indebitamento è diventato un autentico feticcio della politica tedesca e ha spesso fatto capolino nei dibattiti Ue, con Berlino pronta a puntare l’indice contro i partner Ue più indisciplinati. Salvo trovarsi essa stessa con le mani legate. Proprio la “Schuldenbremse” ha tenuto in ostaggio la coalizione a tre capeggiata dal socialdemocratico Olaf Scholz, limitandone i margini d’azione in seguito al buco di bilancio creato da una pronuncia del Tribunale costituzionale nel 2023: uno sviluppo che ha accresciuto le difficoltà interne all’alleanza fino alla prematura fine delle legislatura e al voto anticipato di domenica scorsa. Ieri Destatis, l’agenzia statistica federale, ha certificato un incremento del rapporto deficit/Pil al 2,8% nel 2024, dal 2,5% dell’anno precedente. Al di sotto della soglia del 3% fissata dal Patto di stabilità Ue, certo, ma tuttavia in pericoloso avvicinamento, complice la contestuale contrazione della crescita economica che fa della Germania per il terzo anno consecutivo la grande malata d’Europa. Con il disimpegno americano all’orizzonte, la consapevolezza della situazione ha accelerato il ripensamento. Merz si dice, infatti, pronto a rivedere (perlomeno parzialmente) il freno all’indebitamento, ad esempio esentando dal principio gli investimenti pubblici in difesa e sicurezza. Secondo indiscrezioni di Bloomberg non confermate dal cancelliere in pectore, l’entità dell’aumento della spesa militare sarebbe di 200 miliardi di euro. Per la politica Ue, la mossa equivarrebbe a un liberi tutti, o quasi. «È un cambiamento epocale che prelude a una nuova direzione nelle politiche economiche dell’Europa», ha commentato il Global Head of Macro di Ing Carsten Brzeski. Non è passato neppure un anno da quando la disciplina di bilancio dell’Ue è entrata in vigore – fortemente voluta dai tedeschi nella sua versione attuale zeppa di cautele -, ma a Bruxelles c’è chi la guarda già come un carrozzone figlio di altri tempi. Se dopo anni di paralisi dovute alla litigiosità del governo la Germania si prepara a tornare alla testa dell’Ue, insomma, sembra destinata a farlo con un nuova agenda economica. Per cominciare, Berlino appoggia i margini di flessibilità nell’applicazione del Patto promessi a inizio mese da Ursula von der Leyen in modo da consentire maggiore spesa militare a livello nazionale, con esenzioni su più anni mirate attivabili da ciascuno Stato. Ma è solo la prima fase. Infranto il tabù dell’indebitamento “in casa”, il prossimo passo sarebbe fare nuovo debito comune Ue, come al tempo della pandemia e del Recovery Plan, per finanziare la difesa. «Tutte le opzioni sono sul tavolo. Nessuna esclusa», continuano a ripetere a Bruxelles. Aspettando un segnale da Berlino.
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