«Decido io, senza ricatti. Contro di me ergastolo mediatico»

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Sarà perché il voto era per appello nominale, e quindi palese. Sarà perché soltanto una volta nella storia della Repubblica – era il 1995 – un ministro (Filippo Mancuso) fu sfiduciato dall’Aula. Nessuno, né dalla maggioranza, né tra le opposizioni, ha mai dubitato che la mozione contro Daniela Santanchè passerà. A votare contro, saranno 206 deputati, di contro ai 134 favorevoli: solo uno (Naike Gruppioni di Italia viva) alla fine si asterrà. Quando il rito stanco della chiama inizia, a Montecitorio, è successo già tutto quello che doveva succedere: la ministra del Turismo, dopo settimane di accuse e retroscena, ha rotto il silenzio e sdoganato, pubblicamente, l’ultimo tabù: in caso di un nuovo rinvio a giudizio «farà una riflessione» per «valutare le dimissioni».

IL DISCORSO

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Il “palcoscenico” è lo stesso di due settimane fa, quando la mozione è stata discussa. Cambiano gli scranni – ieri più gremiti – i banchi del governo, occupati da una decina di colleghi (Schillaci, Calderoli, Giuli, Abodi, Roccella, Foti, Casellati, Bernini, Valditara, Ciriani). E poi, il look della ministra, passata dal completo total white al vestito color vinaccia, il nuovo trend dell’inverno. Santanchè parla per mezz’ora. Parte dalle vicende giudiziarie che la coinvolgono, falso in bilancio e truffa ai danni dell’Inps per i fondi Covid alla sua società, Visibilia. Che hanno ad oggetto fatti che, se saranno evidenziati, «è tutto da vedere», «sono antecedenti al mio giuramento da ministro», mette in chiaro, ribadendo che il suo coinvolgimento nella vicenda «si è limitato a decidere a tutela della salvaguardia dei posti di lavoro». Il registro tecnico lascia ben presto posto alla verve politica che le serve per la replica alle opposizioni. La Santa ne ha per tutti: alla deputata del M5S, Vittoria Baldino, che l’ha accusata di «conflitto di interessi per la competenza in ambito turistico», fa notare che «detto da chi ha fatto dell’incompetenza una squadra di Governo fa un po’ sorridere». A Filiberto Zaratti (Avs), che aveva insinuato di occuparsi dei balneari, ricorda: «Non è una delega del mio dicastero». E poi, al dem Federico Gianassi appunta che viene citata la Costituzione «come la più bella del mondo», ma il suo partito la «calpesta non rispettando il principio fondamentale della presunzione di innocenza». E poi giù, con un lungo elenco di presidenti di Regione, politici e sindaci finiti in quello che definisce «ergastolo mediatico» e alla fine assolti. A chi l’aveva dipinta come «isolata», rivendica «la vicinanza dei colleghi» e della maggioranza dell’Italia nella «lotta per il garantismo». Poi “la Santa” esplode in un climax che investe tutto l’emiciclo della minoranza: «Io sono l’emblema, io sono il vostro male assoluto». Perché, rivendica: «Sono una donna libera, porto i tacchi da 12 centimetri, ci tengo al mio fisico, amo vestirmi bene, ma non solo. Io – dice fiera la Santa – sono anche quella del Twiga, del Billionaire, che voi tanto criticate, aziende che danno posti di lavoro». L’ultimo messaggio, detto sempre a nuora (le opposizioni), stavolta, è perché suocera (il suo partito) intenda e faccia quadrato contro questa seconda mozione di sfiducia. Ricordando l’udienza preliminare sul caso Inps che l’attende, conferma che farà una riflessione «perché è giusto che io la faccia».

Ma aggiunge «lo farò da sola», senza «pressioni» o «ricatti». Guidata dal «rispetto» per il la presidente del Consiglio, per l’intero Governo, per la maggioranza, e per Fratelli d’Italia. Per il quale dice – scansando le ricostruzioni di chi la dipingeva indifferente ai pressing del partito – lei non vuole essere un «problema», ma continuare a rappresentare «una risorsa». Quanto alle opposizioni, la lezione di garantismo non va giù. Tant’è che la segretaria del Pd, Elly Schlein, in dichiarazione di voto, ricorderà alla “Santa” le 53 volte in cui è stata lei a chiedere le dimissioni: «Lei è giustizialista con gli avversari ma ipergarantista con se stessa». A ruota la segue, pure Giuseppe Conte, che ci tiene a dire che il M5S non ha interesse per i processi penali ma per l’«etica pubblica» e la «responsabilità politica». Fattori che rendono chi difende la titolare del dicastero di via di Villa Ada «responsabile di questo disastro economico e morale». Per una mozione votata nel pomeriggio, un’altra – diretta al ministro della Giustizia Carlo Nordio sul caso Almasri – veniva discussa la mattina. Nel giorno, peraltro, in cui all’attenzione del Tribunale dei ministri è finita anche la denuncia di una vittima e testimone delle torture del generale libico. La liturgia è stata la stessa di quella seguita per la titolare del dicastero del Turismo. Banchi della maggioranza quasi vuoti (una ventina di deputati FdI, e un paio per Lega e Forza Italia). Applausi radi dagli scranni della minoranza. Dai banchi del governo, insieme al Guardasigilli, solo il viceministro Francesco Sisto e l’ormai compagno di “disavventure”, Matteo Piantedosi. Anche Nordio parlerà in sede di replica, come Santanchè. Che, a chiusura del suo intervento ha ammesso che «ragione e cuore non sempre vanno d’accordo». Chissà se anche nelle valutazioni del Guardasigilli, «preverrà il cuore» .

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