“Costruzioni di genitorialità su terreni incerti. Quale ruolo per il servizio sociale?” è un manuale sui generis, scaturito da un’ampia azione di ricerca e disponibile online nella modalità gratuita open access, rivolto ad assistenti sociali impegnati in interventi di affiancamento a famiglie e genitori in situazioni complesse. Lo segnaliamo per sottolineare l’impegno verso la genitorialità che accomuna LEPS P.I.P.P.I. e CNOAS (Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali), come evidenziato anche nella testimonianza di Maria Concetta Storaci, tutor di Polo Sicilia e consigliera dell’Ordine degli assistenti sociali Sicilia.
“Costruzioni di genitorialità su terreni incerti. Quale ruolo per il servizio sociale?” è il titolo del libro, edito da Il Mulino, frutto di una innovativa ricerca finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca sul rapporto tra genitorialità e servizio sociale. La ricerca si è concentrata sulla genitorialità in quattro particolari contesti: separazioni altamente conflittuali, povertà, migrazioni forzate, appartenenza a minoranze sessuali o di genere. I risultati sono presentati per contribuire allo sviluppo di una riflessione critica nel servizio sociale priva di connotazioni prescrittive e, insieme, alla costruzione di interventi e metodologie che tengano conto delle percezioni dei soggetti in campo e che siano in grado di supportare le strategie risolutive dei genitori stessi. “Quello che invece intendiamo proporre in questo testo è una guida alla riflessione più che al fare, rivolta ad assistenti sociali convolti in questi interventi: si tratta di un insieme sistematizzato di interrogativi e stimoli con cui proponiamo di guardare e ripensare alle proprie pratiche”.
Il volume, curato dagli autori Alessandro Sicora – assistente sociale specialista e professore ordinario all’Università di Trento dove insegna Servizio sociale – e Silvia Fargion – assistente sociale specialista e professoressa ordinaria all’Università di Trento dove insegna Servizio sociale e Sociologia – è nato da una ricerca PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale) che ha coinvolto genitori e assistenti sociali. Il lavoro è uscito nelle librerie ed è disponibile online nella modalità gratuita open access a questo indirizzo.
Del dialogo e degli scambi fattivi tra LEPS P.I.P.P.I porta una significativa testimonianza Maria Concetta Storaci, tutor di Polo Sicilia e consigliera dell’Ordine degli assistenti sociali Sicilia che ha partecipato ai lavori del tutoraggio di febbraio a Palermo.
Cosa noti nel lavoro dei territori siciliani?
“Sicuramente da quello che abbiamo visto e ascoltato oggi c’è stato un notevole cambiamento sui territori, rispetto alle azioni, agli interventi a sostegno di bambine, bambini e famiglie, nella piena consapevolezza di cos’è il LEPS P.I.P.P.I.
Ma soprattutto l’aspetto che abbiamo colto oggi è come si sia modificato tantissimo il ruolo degli operatori, rispetto alla “rete” molto spesso virtuale che c’era precedentemente. Ora prendono consapevolezza, ognuno della propria professionalità, del proprio compito e ciascuno anche del proprio ruolo. Anche oggi qui vediamo veramente le équipe, vediamo stare assieme psicologi, assistenti sociali, educatori. Questa deve essere veramente una vittoria di tutti! Nessuno resti indietro, nessuno abbia paura dell’altro. Ognuno con la propria competenza relativa al suo percorso di studi, e poi insieme, si possono fare la formazione continua e gli aggiornamenti, gli stessi tutoraggi che sono formazione continua, come oggi. Servono per crescere nell’unità, nello stare assieme. Oggi la parola d’ordine è non avere paura dell’altro professionista, perché senza l’altra professionalità non si crea quel puzzle necessario per dare risposte ai diritti delle persone.
Come cambia il rapporto tra i vari attori?
“Ora chi appartiene a un Ente del terzo settore per attività magari che fanno parte dei dispositivi, penso in particolare all’educativa domiciliare, è in relazione molto forte con chi invece rappresenta il Livello Essenziale di Prestazione dell’istituzione pubblica, quindi il servizio sociale professionale. Credo che questo sia fondamentale e che sia propedeutico a quell’azione che il Ministero ha compiuto grazie alla spinta data dal gruppo di lavoro del Gruppo scientifico, dalla ricerca e dagli esiti: di rafforzare gli uffici del servizio sociale con le altre figure professionali che possono essere il pedagogista, l’educatore, lo psicologo che hanno ragione di stare in un contesto di relazione già all’interno dell’Ente locale. P.I.P.P.I. ci ha abituato a questo, al di là del fatto che sicuramente è stato una riscoperta per molti, dopo un periodo negli ultimi anni in cui gli operatori del sociale per le risorse molto limitate che c’erano, per l’uso di voucher più che di azioni concrete, diventavano solo erogatori amministrativi e compilatori. Non c’era tutto il lavoro di comunità, “sporcandosi” mani e piedi. Adesso ci stiamo riprendendo questo ruolo, tutti quanti, senza distinzioni e stiamo mettendo in campo quelle azioni che avremmo voluto da tanto tempo, che erano scritte, ma che non erano diventati almeno nel nostro territorio regionale, realtà quotidiana. E questo ha fatto superare anche le difficoltà, dei turnover che ci sono stati, sia della cooperativa che cambia gli operatori sia quelli dell’ente locale, ma c’è sempre uno zoccolo duro di persone che hanno condiviso il percorso fatto insieme e hanno fatto loro gli strumenti”.
Nelle intenzioni i dispositivi sono non solo dei costi, ma in primis delle integrazioni. In Regione Sicilia c’è stato un cambiamento nel rapporto che l’Ente pubblico sta avendo nel territorio nelle molteplici forme di rappresentazione, quindi il privato, l’associazionismo? Il dispositivo può aver ricucito, rimesso in piedi questo tipo di relazione?
“Soprattutto con la vicinanza solidale, così come con i gruppi genitori e nel partenariato con la scuola si sta riscrivendo l’aspetto di sociologia del territorio, se mi posso permettere di dire. Perché sappiamo quanto il legame fosse stato rotto anche con le periferie, provocando isolamento. Specie nell’ultimo periodo con la rimodulazione, e se vogliamo con il Reddito di cittadinanza che è stato legato anche a situazione di isolamento del periodo di Covid. Quindi non c’erano l’approccio con il servizio sociale, con la struttura, con la fisicità, il guardarsi, il toccarsi. Questo è quindi uno degli aspetti più importanti e devo dire che gli amministratori, anche i più scettici rispetto a un progetto che non fosse di immediatezza, per così dire, in quanto richiedeva una costruzione di cittadinanza attiva tra tutti gli attori, si sono dovuti convincere a fronte di quella che è stata la volontà degli operatori che in mezzo a mille difficoltà sono andati avanti lo stesso. Oggi ho apprezzato molto i risultati postivi emersi in tal senso”.
Il Programma prevede una equiparazione tra diverse professionalità e addirittura un inserimento della famiglia nell’équipe multidisciplinare; quindi, un lavoro alla pari che teoricamente trova tutti piuttosto pronti; praticamente questo richiede uno sforzo piuttosto importante soprattutto a chi come gli assistenti sociali hanno portato il peso delle decisioni in ordine alle situazioni di grandi difficoltà di alcune famiglie. Qual è lo sforzo che attende il profilo delle assistenti sociali per riuscire a disvestire questo habitus e ritornare a un’idea di servizio sociale “incarnato” nelle risorse, nelle opportunità e anche nelle fatiche dei territori?
“Come Ordine, lo dico chiaramente, continuo a dire che tra le professioni del sociale, forse c’è stata una guerra tra poveri. Ognuno non si prendeva il proprio spazio di competenze e ognuno non le riconosceva forse perché spesso nel pubblico e anche nel privato ci hanno obbligato a fare oltre, di meno, di più, rispetto alla propria competenza, al proprio percorso professionale. Oggi non è più così. Stiamo facendo un grande sforzo, sia a livello regionale sia d’intesa con il Consiglio nazionale, proprio sul lavoro delle competenze. Ho partecipato al ventennale del Consiglio, dieci anni fa, proprio con un lavoro fatto con la Socis, con il Sindaco della professione, con tutto il nostro gruppo, sulle competenze, e ancora ritroviamo non chiarezza su chi e cosa fa. Ne siamo assolutamente consapevoli. La Sicilia, peraltro, non si è potuta sperimentare come è accaduto per altre Regioni nell’integrazione socio-sanitaria: quindi figure come gli psicologi che sono propri della aziende sanitarie, delle ASP, hanno trovato sotto tutti i punti di vista – a partire dai contratti di lavoro – situazioni di discrepanza. Adesso che c’è stato un forte impulso di stabilizzazioni, sia da parte delle Aziende sanitarie, sia da parte dell’Ente locale (e addirittura c’è difficoltà a trovare colleghi assistenti sociali, piuttosto che psicologi) cominciamo a camminare assieme. Già ora nei Comuni, con la possibilità di rafforzamento degli uffici di servizio sociale potendo inserire anche altre figure, al di là di quelle amministrative, ma anche educatori e psicologi, in modo sperimentale, in attesa del concorso per la stabilizzazione, ci stiamo abituando a lavorare assieme.
(Intervista a Maria Concetta Storaci, tutor di Polo Sicilia e consigliera dell’Ordine degli Assistenti Sociali Sicilia raccolta da Katia Bolelli)
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