Trump riconosce la dottrina Putin, ma all’Unione Europea è mancato il coraggio

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I governi europei, investiti dallo tsunami d’oltreoceano possono, a buon diritto, lamentarsi di un solo sgarbo subìto dalla nuova amministrazione Usa: quello di assistere alla lezione di democrazia applicata che un giovanotto di bell’aspetto, ma sprovvisto persino di un nome proprio con cui cercarlo al telefono, ha voluto impartire ai colleghi europei al vertice di Monaco. A riprova del fatto che le manchevolezze del nuovo corso della Casa Bianca non riguardano solo la politica ma anche la buona educazione.

Quanto al resto, chiunque in buona fede deve riconoscere che sta avvenendo non solo ciò che ci si aspettava in caso di vittoria di Donald “belli capelli”, ma esattamente quanto il tycoon al suo secondo mandato aveva promesso pubblicamente durante la campagna elettorale in continuità (implementata) con il primo quadriennio. Certo, anche per Trump tra il dire e il fare c’è sempre un mare nel mezzo, la cui traversata può essere agevolata o resa più difficile da quanto sapranno o vorranno fare i suoi interlocutori, che per il momento sembrano tramortiti e in difficoltà nel definire una linea di condotta, per quanto riguarda un futuro prossimo che non era soltanto ipotetico ma quasi certo, tanto da suggerire almeno l’abbozzo di un piano B.

Il nemico è la Cina

Era ampiamente noto che Trump avesse una visione geopolitica incentrata su di un presupposto principale: il nemico è la Cina popolare, prima ancora come potenza economica che militare. E l’Europa si concedeva troppi giri di valzer con l’ex Celeste Impero, mentre stava facendo di tutto per gettare la Russia nelle braccia della Cina; malgrado lo stesso Cremlino. Questa prospettiva, divenuta obbligata nei tre anni dell’isolamento internazionale politico ed economico seguìto all’aggressione dell’Ucraina, non convinceva Putin per il quale, il ripristino di un fair play tra le grandi potenze della Guerra fredda, gli garantiva un ruolo di protagonista negli equilibri geopolitici per esplicito riconoscimento degli Usa che – per caratteristiche militari ed economiche – svolge ancora il compito del mazziere.

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L’aggettivo giusto alla parola ‘pace’

Trump non aveva mai aggiunto l’aggettivo “giusta” alla parola “pace”. È mai stata fatta la promessa di coinvolgere l’Europa nel negoziato? Chi si immagina un bullo come il presidente americano che va a trattare con un leader suo simile (che risponde solo a se stesso), portandosi dietro una delegazione (numerosa come se si trattasse di un negoziato sindacale) in cui siano presenti interessi diversi? In sostanza, tutto sta andando come previsto nel caso in cui le elezioni americane si fossero concluse come poi è accaduto. Diventa difficile oggi rimettere a posto le cose. Contrastare il solo negoziato possibile (anche se tutti sono in grado di anticiparne l’esito), significa tirarsi addosso l’accusa di voler continuare la guerra.

Il riferimento di Vance

Trump ha già concesso a Putin gran parte delle sue richieste: il dominio russo su di un pezzo del Donbass; la mancata adesione dell’Ucraina alla Nato; il disimpegno Usa sul rispetto degli accordi. In sostanza Trump riconosce la fondatezza della dottrina di Putin secondo la quale viene minacciata la sicurezza russa quando la Nato “abbaia” ai suoi confini. A questo proposito è singolare il riferimento di Vance alle elezioni in Romania, annullate a suo dire per impedire che fosse eletto un premier filo-russo. Ma che cosa possono pensare di questa dottrina paesi liberi come la Polonia e gli Stati baltici? L’Europa ha fatto molto in difesa dell’Ucraina (ha investito in tre anni tra armamenti e aiuti economici 157 miliardi di euro). Ma è mancato il coraggio delle decisioni giuste al momento giusto. L’Ucraina non ha mai avuto l’autorizzazione a combattere la sua guerra in condizioni pari a quelle del suo aggressore, che ha dilagato con le sue distruzioni in ogni angolo di quella nazione. Ha sempre dovuto contenere le sue iniziative militari all’interno di linee rosse invalicabili, perché i suoi alleati prestavano attenzione agli orientamenti opportunisti delle proprie opinioni pubbliche sobillate dalle quinte colonne filo putiniane e soprattutto rivendicavano per sé lo status di paesi solidali con l’Ucraina, ma non in guerra con la Russia, tanto che le armi fornite potevano essere usate solo a scopo difensivo, nel tentativo di rabbonire quelle forze politiche, sociali, culturali e religiose che deprecavano l’invio di armamenti anziché assumere un impegno diplomatico per negoziare e raggiungere un tregua prima, la pace poi. Oggi stanno per essere accontentati.

Ma una pace giusta si sarebbe potuta conseguire solo sul campo di battaglia. Non lo si è potuto o voluto fare. E se il premier britannico Keir Starmer a Parigi si è detto “pronto a inviare truppe in Ucraina”, qualora fosse necessario per garantire la sicurezza del Regno Unito e dell’Europa, il Cancelliere tedesco – che ha le elezioni tra pochi giorni – ha giudicato la mossa “inopportuna”. Per l’Italia anche Meloni avrebbe mostrato le sue perplessità al dispiegamento di soldati europei in Ucraina. Come volevasi dimostrare.





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