In occasione della Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza la Prof.ssa Maria Luisa Gasparri, Professoressa titolare presso la Facoltà di scienze biomediche dell’Università della Svizzera italiana (USI) nonché ginecologa e senologa presso il Centro di Senologia della Svizzera Italiana, Stefania Rizzo, Professoressa titolare presso la Facoltà di scienze biomediche dell’USI e Viceprimario Responsabile Unità di Ricerca Clinica di Radiologia EOC, e la Prof.ssa Monica Landoni, Professoressa titolare presso la Facoltà di scienze informatiche dell’USI, sono state ospiti della trasmissione radiofonica “La consulenza” (Rete Uno – RSI).
A livello internazionale le donne costituiscono solo il 28% dei laureati nelle materie STEM (Science, Technology, Engineering e Mathematics), un acronimo che deriva dall’inglese e con il quale ci si riferisce alle discipline di carattere scientifico. “Questa giornata è un’occasione per aumentare la consapevolezza e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla disparità di genere – ha spiegato la Professoressa Maria Luisa Gasparri -. Quest’anno ha un valore particolare, in quanto ricorre il decimo anniversario dalla sua istituzione da parte dell’UNESCO. L’esigenza di creare una ricorrenza nasce in quanto la percentuale di donne ricercatrici, sebbene sia aumentata negli anni, non è ancora ottimale”. Citando due titoli provocatori di editoriali sul tema, la Professoressa Gasparri ha introdotto il centro della problematica: “Why so few?” (perché così poche) e “why so slow?” (perché così lentamente). Alcune teorie vedono la responsabilità della discrepanza nelle differenze biologiche che, secondo la Professoressa Gasparri, può essere vero solo in parte. Infatti, “pensare che solo gli uomini siano portati per alcune materie, e viceversa, è una visione troppo superficiale e semplicistica”. I dati globali, ha citato la Professoressa Gasparri, riportano percentuali diverse di donne coinvolte nella scienza da Paese a Paese, smontando uno stereotipo e dimostrando che probabilmente a influenzare significativamente questa situazione siano le opportunità, più che le sole differenze innate.
La Professoressa Gasparri ha proseguito illustrando i dati di alcuni studi che dimostrano come bambini e bambine non abbiano differenze nelle capacità logico-computazionali e matematiche fino all’età della preadolescenza, ciò significa che affrontano con le stesse difficoltà un problema di matematica o un esercizio di logica. È tra i 10 e i 12 anni, quando vi è maggiore esigenza di trovare un gruppo sociale di appartenenza, che si verifica il divario nelle performance e lo stereotipo della donna più propensa a una scienza umanistica e l’uomo quale manager di azienda, crea inconsciamente un modello nel quale doversi riconoscere e cosi “credere nella differenza, crea la differenza”, ha affermato la Professoressa Gasparri.
All’USI è stato svolto uno studio nel corso del quale sono stati analizzati i disegni di 400 bambini, ai quali è stato richiesto di disegnare il tipico aspetto di un informatico. Illustrando i risultati dello studio, la Professoressa Monica Landoni ha spiegato come essi abbiano confermato la presenza di alcuni stereotipi: “Dal nostro studio è risultato che purtroppo gli stereotipi ci sono, forse più nei ragazzini più grandi che nei bambini dei primi anni delle elementari. Le rappresentazioni realizzate presentano alcuni degli stereotipi più classici: abbiamo il tipico informatico con i capelli per aria e gli occhiali, attorniato da device di vario tipo e con indosso un camice bianco e calze e scarpe improbabili. Questi stereotipi, che persistono, rappresentano uno degli ostacoli che ostruiscono alle ragazze la via verso una carriera nell’informatica e nelle scienze, in quanto, quando si pensa a un informatico, lo si immagina uomo e non particolarmente attraente. Tuttavia, un margine di speranza c’è, in quanto sono state rappresentate anche alcune donne, sorridenti e circondate da robottini sorridenti”.
Lo studio ha mostrato come i bambini siano meno influenzati dagli stereotipi rispetto ai ragazzi più grandi, proprio per questo il gruppo di lavoro della Professoressa Landoni investe molto nel lavoro all’interno delle scuole elementari, in collaborazione con gli insegnanti. “Sfruttando la tecnologia, che è molto affascinante per i ragazzi e le ragazze, vogliamo spingerli a riflettere. La ricerca di una delle mie dottorande si occupa proprio di questo tema: vengono proposti giochi e attività utili a riconoscere e individuare gli stereotipi. Per superarli ci vuole tempo, tuttavia la consapevolezza è un primo passo importante”.
Il lavoro con le scuole è doppiamente importante in quanto ogni tanto sono proprio i docenti a sconsigliare alle ragazze di intraprendere una carriera nel settore scientifico, come raccontato dalla Professoressa Landoni: “Abbiamo collezionato molte storie di ragazze che hanno studiato all’USI, tra loro ce ne sono state alcune che sono state incoraggiate, ma anche alcune alle quali il percorso era stato sconsigliato perché considerate troppo carine per studiare informatica, come se ci fosse un conflitto tra l’aspetto estetico e lo studio dell’informatica. Personalmente, ho fatto parte di un’iniziativa a livello europeo che coinvolge scienziate da tutto il mondo e che tratta un argomento da un punto di vista multidisciplinare. Nel mio caso si è trattato proprio del gender balance nell’informatica. È emerso che questa problematica esiste in tutto il mondo: in India i genitori non mandano le figlie a studiare informatica per tutelarle, nei Paesi slavi si consiglia alle donne di optare per una carriera meno impegnativa in quanto dovranno poi pensare anche alla famiglia. Al momento il Paese più virtuoso è la Norvegia, che è riuscita ad arrivare al 25% di presenza femminile nell’informatica grazie a un notevole impegno finanziario: alle studentesse liceali più meritevoli viene offerta la possibilità di avere tutti gli studi pagati, in questo modo portano una nuova prospettiva all’interno delle facoltà e attirano altre ragazze”.
Parlando degli attuali numeri di studentesse iscritte alla Facoltà di scienze informatiche dell’USI, la Professoressa Landoni ha osservato come, sebbene in linea con l’Europa e il mondo, essi siano ancora piuttosto bassi: “Alcuni studi americani ci dicono che quando un gruppo rappresenta meno del 25% si verifica il fenomeno dell’isolamento, e non ci si sente parte del contesto all’interno del quale ci si trova. Questo influisce negativamente su chi si sente in minoranza e non rappresentato”. La letteratura conferma che spesso al momento della scelta le ragazze non si sentono all’altezza di una carriera in ambito informatico. “Non esiste alcuna ragione scientifica per la quale una donna non possa eccellere nell’ambito informatico, si tratta nuovamente unicamente di stereotipi, che però incidono sulla scelta. Viceversa, secondo alcuni studi americani, tra i motivi principali per i quali una ragazza sceglie una carriera in ambito informatico ci sono l’incoraggiamento paterno e la multidisciplinarietà, ovvero la possibilità di sfruttare l’informatica in altri campi, considerandola quindi come un mezzo e non un fine”.
La Professoressa Gasparri ha recentemente concluso le analisi di uno studio USI che ha condotto tra gli studenti degli ultimi due anni di Master in Medicina di tutta la Svizzera, spinta dalla curiosità di capire come mai ci sia un tasso cosi alto di desiderio di abbandono della professione medica nelle nuove generazioni (35%), in seguito alle prime esperienze in ospedale (dati di uno studio su 2300 studenti), nel passaggio dal banco dell’università al letto del paziente. “Ho dunque pensato che probabilmente questa tendenza allarmante risiede in parte nelle aspettative e nella scarsa aderenza tra i modelli prefissati nell’immaginario dello studente e la realtà. Nella nostra analisi abbiamo indagato allora le aspettative, le priorità e l’interesse nella ricerca da parte degli studenti, sia maschi sia femmine. È emerso che del 43% dei partecipanti che ha manifestato interesse per la ricerca, il 70% erano donne. Si tratta di un dato molto ottimistico, in quanto dimostra che le cose stanno cambiando. Per quanto concerne le priorità, abbiamo chiesto di assegnare un punteggio a famiglia, carriera, salario e il 48% dei partecipanti, senza differenze di genere, ha indicato come priorità la famiglia, mentre il 23% ha indicato la carriera, e tra questi il 70% erano donne. Un ultimo dato interessante concerne il fatto che il 12% delle partecipanti ha considerato l’utilizzo di misure per estendere il periodo di fertilità perché non si sente pronta, né ora né negli imminenti anni a venire, a conciliare famiglia e lavoro. Dal punto di vista delle prospettive future le branche chirurgiche restano maggiormente di interesse maschile”.
In campo medico persistono, da parte dei pazienti, alcuni pregiudizi? “I pregiudizi sicuramente esistono – ha ammesso la Professoressa Stefania Rizzo – non li possiamo cancellare, quello che possiamo cambiare è il modo in cui li affrontiamo. Bisogna riconoscere che è raro incontrare dei pregiudizi sul nostro posto di lavoro, spesso si tratta di incomprensioni legate ai ruoli. Con le pazienti donne è più facile creare da subito empatia, mentre a volte i pazienti uomini, soprattutto se di una certa età, possono avere una reticenza iniziale nell’essere visitati da una donna. Tuttavia penso che globalmente l’accettazione tra i miei pazienti sia uguale tra uomini e donne.” Alle parole della collega la Professoressa Gasparri ha aggiunto la propria esperienza riferendo che capita che alcune pazienti abbiano ancora nell’immaginario del chirurgo una figura maschile, tuttavia si tratta di barriere iniziali. “Non mi è mai capitato di riscontrare una mancata fiducia o soddisfazione al termine della visita o del percorso di cure, riconducibile a questo pregiudizio iniziale . Ciò dimostra che quello che poi fa la differenza è come un professionista esercita la sua professione”, ha spiegato la Professoressa Gasparri.
Per quanto concerne invece il rapporto con i colleghi, come ricordato dalla Professoressa Rizzo, secondo alcuni studi, negli ambienti prevalentemente maschili le donne tendono a collaborare maggiormente tra loro creando un networking orizzontale, mentre gli uomini sono più portati a ricercare la collaborazione con i capi, quindi un networking verticale. “Personalmente mi sono trovata, nel corso della mia carriera in ambienti a predominanza maschile – ha raccontato la Professoressa Rizzo – perciò mi è capitato di sentirmi discriminata. Ho tuttavia imparato a discriminare i fatti dalle sensazioni, e credo che questa sia la chiave di svolta: bisogna capire cosa è successo e cosa questo ha provocato dentro di noi, quando si riescono a separare le due cose tutto funziona meglio, in quanto sul fatto si può agire e se ne può discutere, mentre le sensazioni sono una cosa personale. Penso che il modo migliore per superare i pregiudizi da parte dei colleghi sia dimostrare il nostro valore, spesso, purtroppo, noi donne ancora dobbiamo dimostrare di saper fare di più e di essere all’altezza del ruolo che ricopriamo, ma anche di poter prendere un impegno e mantenerlo, in quanto è ricorrente l’idea che una donna, a causa di impedimenti familiari, non sia in grado di portare a termine gli impegni lavorativi assunti”.
Un importante tema sollevato dalla Professoressa Gasparri riguarda poi la possibilità di conciliare famiglia e lavoro, e l’importanza di ricevere sostegno e collaborazione da parte del proprio partner e della propria famiglia in generale, a tal proposito: “Come tutte le mamme che lavorano cerco di essere una guerriera coraggiosa che nasconde la tristezza del distacco dai figli soprattutto in momenti particolari in cui il dovere porta a essere lontani. Dimostrare, che la vita è fatta di dovere e disciplina, è ancora più efficace che dirlo, quindi per farmi forza penso ogni giorno che indirettamente, seppur con sacrificio, sto dando alle mie figlie un modello di mamma che, cosi come i papà, ha una professione che la impegna e che con serietà deve rispettare, chiaramente facendolo andare su un binario parallelo a quello di mamma che ama le sue figlie allo stesso modo di una mamma che ha scelto di non lavorare”. Riportando alla sua storia personale, ha ricordato che : “anche io sono cresciuta a mia volta con un modello di mamma professionista, e anche se in alcune occasioni può essermi mancata, ho imparato a dare più valore alla qualità, piuttosto che la quantità del tempo”. L’importanza del supporto della famiglia e della libertà di scelta è stata confermata anche dalle altre due Professoresse, che hanno brevemente condiviso la loro storia personale.
Nella scelta di intraprendere una professione in campo medico un ruolo fondamentale è giocato dalla presenza di modelli femminili, come ricordato dalla Professoressa Rizzo: “Personalmente ho scelto di studiare medicina perché fin da piccolissima mi sono innamorata della figura del pediatra, tuttavia questa scelta si è consolidata grazie al confronto, nel corso degli anni, con insegnanti, amiche e donne che in quanto medici hanno dimostrato una modalità di lavoro e un approccio verso gli altri che mi piaceva molto. Inoltre, mi è sempre piaciuta molto l’idea di poter fare ricerca: se le mie coetanee avevano come modelli cantanti o ballerine, la mia ispirazione era Marie Curie, che è stata la prima donna a vincere un Nobel e una delle prime ad averne due in due materie diverse. Per me è sempre stata un grandissimo modello in quanto ha dovuto affrontare molte difficoltà per arrivare ai risultati che ha raggiunto, ma lo ha sempre fatto spinta da una grandissima passione, anche grazie alla collaborazione con il marito. Penso che per le ragazze oggi sia importante avere dei modelli che non siano irraggiungibili, ma che siano motivanti”.
Ripensando al proprio percorso di studi, la Professoressa Landoni riconosce di essere stata fortunata in quanto, anche grazie al suo curriculum unico di ex-studentessa di liceo classico capace di redigere con facilità i rapporti per i lavori di gruppo, è stata in grado di farsi apprezzare per la sua unicità. “Ho tuttavia riscontrato un trattamento differente dopo la nascita delle mie figlie: sebbene io e mio marito partecipassimo alle stesse conferenze, ognuno per presentare i propri lavori, lui era considerato come il professore che partecipava all’evento, mentre io ero vista come la moglie che lo accompagnava per curare le figlie, e quando poi salivo sul palco tutti rimanevano stupiti dalla cosa”. Alle parole della Professoressa Landoni hanno fatto seguito quelle della Professoressa Gasparri che ha ammesso che “in alcuni contesti lavorativi purtroppo si ha ancora una visione distorta della genitorialità e avere figli non ha lo stesso effetto per uomini e donne nel mondo del lavoro, assistendo a un curioso fenomeno di “Babies Bias” in cui sembra quasi ci sia una “Penalità di Maternità” e un “Premio di Paternità”.
Le tre Professoresse concludono lanciando quindi un messaggio positivo per le nuove generazioni invitando le giovani e i giovani a prendere le scelte sul loro futuro liberandosi da stereotipi perché la conoscenza e il progresso non rimangano intrappolate in gabbie e pregiudizi.
La puntata completa di “La consulenza”, con ospiti la Professoressa Maria Luisa Gasparri, la Professoressa Stefania Rizzo e la Professoressa Monica Landoni è disponibile al seguente link.
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