È stato un anno orribile per l’opposizione russa

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Nell’ultimo anno, dopo la morte del dissidente politico Alexei Navalny avvenuta il 16 febbraio del 2024 in un carcere in Siberia in circostanze mai chiarite, è iniziato un periodo molto complicato per l’opposizione russa, che già prima era perseguitata sistematicamente dal regime di Vladimir Putin. Alle misure repressive del governo si è aggiunta una mancanza di leadership e di coordinamento tra le varie componenti dell’opposizione, che si sono scontrate più volte scambiandosi accuse reciproche e causando una generale perdita di legittimità e seguito.

Oggi sembra che l’unica opposizione possibile al regime di Putin sia quella condotta dai dissidenti all’estero, che però hanno un’influenza assai limitata. Per esempio ha continuato a operare principalmente all’estero la Fondazione anticorruzione di Alexei Navalny, dove oggi lavora la moglie Yulia Navalnaya. La morte di quello che era il più noto e importante oppositore di Putin ha però indebolito la sua attività, che non può più contare sul carisma, sulle capacità comunicative e sulla reputazione del suo fondatore.

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Nell’ultimo anno la repressione è quindi proseguita. Tre degli avvocati di Navalny sono stati condannati a diversi anni di prigione; la giornalista che diffuse l’ultimo video dell’oppositore è stata arrestata; e in generale molte forme di sostegno alla Fondazione, dalle piccole donazioni agli apprezzamenti espressi sui social, vengono sanzionate. Yulia Navalnaya è stata inserita dal governo russo nella lista di “terroristi ed estremisti”.

Alexei Navalny nel febbraio del 2021 (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

Navalnaya vive da tempo in Germania, e sono all’estero anche Vladimir Kara-Murza e Ilya Yashin, due dei principali oppositori del governo russo liberati ad agosto nel grande scambio di prigionieri organizzato tra la Russia e gli Stati Uniti. Insieme hanno promosso una grande manifestazione di protesta a Berlino che però ha avuto una risonanza limitata, proprio per il fatto di essersi tenuta lontana dalla Russia (dove ogni genere di manifestazione o protesta è vietato).

In questi mesi si è parlato molto di quella che è stata definita «la faida» all’interno dell’opposizione russa.

A settembre la Fondazione Navalny ha pubblicato un’inchiesta sull’aggressione di Leonid Volkov, uno dei principali collaboratori di Navalny, avvenuta a marzo con un martello e con del gas lacrimogeno all’esterno della sua casa di Vilnius, in Lituania. Allora l’aggressione fu attribuita ai servizi segreti russi, ma secondo l’inchiesta era invece stata ordinata da Leonid Nevzlin, un uomo d’affari russo-israeliano a sua volta duro oppositore di Putin. Nevzlin era proprietario dell’azienda petrolifera Yukos, poi requisita dallo stato, insieme a Mikhail Khodorkovsky, ex oligarca che ha trascorso quasi dieci anni nelle prigioni russe e che ora finanzia da Londra varie associazioni di opposizione a Putin.

Secondo l’inchiesta della Fondazione, Nevzlin avrebbe promesso 250mila euro all’aggressore di Volkov e avrebbe commissionato anche altre due aggressioni di persone vicine alla Fondazione. L’inchiesta si basa su alcuni messaggi apparentemente scritti dall’imprenditore e fatti avere alla Fondazione da un intermediario, e non spiega espressamente quali sarebbero stati i motivi degli attacchi, se non le rivalità interne dell’opposizione e le inchieste del gruppo contro gli oligarchi e il loro operato negli anni Novanta.

Nevzlin, ma anche Khodorkovsky, hanno definito l’inchiesta e le prove «inventate a Mosca», ipotizzando che potrebbero far parte di una manovra destabilizzante del governo russo. I contrasti sono continuati e molti degli ultimi video d’inchiesta della Fondazione si sono concentrati più su Nevzlin, Khodorkovsky e gli oligarchi che sull’attuale governo russo.

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Ilya Yashin in un comizio a Berlino ad agosto (AP Photo/Markus Schreiber)

La Fondazione a sua volta è stata oggetto di un’inchiesta di Maxim Katz, un ex consigliere comunale di Mosca, attivista, diventato popolare youtuber: in un documentario, Katz ha sostenuto che la Fondazione avrebbe ricevuto grandi finanziamenti da due banchieri responsabili del fallimento di una grande banca russa e fuggiti all’estero con il corrispondente di centinaia di milioni di dollari. La risposta della Fondazione è stata un’altra inchiesta, in cui si diceva che la moglie di Katz, Yekaterina Patulina, aveva guadagnato centinaia di migliaia di dollari in contratti con aziende legate al governo russo attraverso la sua società che opera nel campo dei media.

Questi ripetuti attacchi hanno finito con indebolire l’opposizione russa. L’imprenditore Boris Zimin, che è stato il maggior finanziatore della Fondazione Navalny (almeno fra quelli che lo fanno apertamente), ha deciso di interrompere le donazioni. Ha detto al giornale indipendente russo Meduza (che opera dalla Lettonia): «Trovo molto frustrante che venga spesa tanta energia per battaglie di posizionamento in uno spazio che è ormai quasi irrilevante. Per quanto io voglia credere nell’opposizione russa, il suo impatto su quanto sta succedendo, dalla guerra alla tenuta del regime, è vicino allo zero».

Meduza racconta anche di come i vari gruppi di oppositori e i singoli dissidenti abbiano almeno un altro paio di problemi di credibilità anche fra il pubblico russo che si oppone al regime. Costretti a operare all’estero, secondo molti hanno perso il reale contatto con le esigenze e con le possibilità di chi invece è rimasto in Russia. Spesso poi le organizzazioni politiche si sono trasformate in media alternativi, alla ricerca di un pubblico sempre più ampio, accusate di essere troppo interessate ai numeri di follower e di video visti su YouTube. La giornalista Aleksandra Garmazhapova ha detto: «L’opposizione si è trasformata in un raduno di blogger con un milione di follower e manie di grandezza».

L’aperto sostegno alla causa ucraina e al suo esercito è vissuto in modo problematico: la propaganda russa lo usa per definire queste organizzazioni non come anti-regime, ma come anti-russe. Alcune ong di opposizione che lavorano dall’estero sono considerate troppo vicine ai paesi occidentali e troppo condizionate dagli aiuti economici che ricevono dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti.

L’agenzia federale USAID, che si occupa di aiuti internazionali, sosteneva in particolare la Free Russia Foundation, una ong fondata nel 2014 da esuli russi che ha fra i suoi obiettivi combattere la disinformazione di stato. In questi anni, grazie a una buona disponibilità economica, la Free Russia Foundation ha acquisito un ruolo rilevante, attirandosi però anche le critiche di altre componenti dell’opposizione che la vedono come troppo vicina proprio agli Stati Uniti. Questo contesto è comunque destinato a cambiare a breve, vista la sospensione di tutti i finanziamenti di USAID decisa da Donald Trump e l’avviato smantellamento dell’agenzia.

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Esiste poi una discussione più generale sulla trasparenza con cui associazioni e dissidenti si finanziano: aumentarla favorirebbe la credibilità di molti dei soggetti del campo dell’opposizione.

Tutte queste critiche vanno però valutate nel contesto delle enormi difficoltà e degli spazi ristrettissimi in cui l’opposizione russa deve operare. La stragrande maggioranza di chi in questi anni ha mostrato un impegno politico o contestato il regime è stato arrestata o costretta a lasciare la Russia per evitare condanne lunghe e pratiche persecutorie: agire dall’estero non è una scelta, ma una necessità.

L’opera di informazione e contrasto della propaganda è necessaria in un contesto in cui tutti i media russi sono completamente controllati dal regime, ed è legittima e comprensibile l’ambizione di raggiungere un pubblico il più ampio possibile. Molte organizzazioni poi lamentano una condizione finanziaria molto precaria.

Leonid Volkov della Fondazione anticorruzione di Navalny (AP Photo/Jean-Francois Badias)

Leonid Volkov, che rimane uno dei principali collaboratori della Fondazione, ha detto di essere cosciente della parziale perdita di rilevanza e sostegno dell’organizzazione in una lunga intervista con il canale YouTube del giornalista russo-tedesco Yury Dud: «So che sembrerò uno che dà la colpa a Putin per tutto, ma è colpa di Putin: negli ultimi quattro-cinque anni la Russia è un paese traumatizzato dalla guerra e dalle scelte del regime e in un certo senso chi ci ha sostenuto dà la colpa anche a noi, che avevamo promesso un futuro migliore. Ma faremo qualcosa per riguadagnare la fiducia di chi si sente deluso».

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La manifestazione di Berlino a novembre con Ilya Yashin, Yulia Navalnaya e Vladimir Kara-Murza (AP Photo/Markus Schreiber)

La morte di Navalny ha privato l’opposizione russa di un leader facilmente riconoscibile dall’estero e molto credibile in Russia: l’assenza di un’unica voce è sicuramente un problema anche nei rapporti con la diplomazia occidentale e nel reperimento dei fondi.

L’altro grosso problema è riuscire a essere percepiti come in grado di rappresentare il malcontento. Nella manifestazione di Berlino a novembre, organizzata da Navalnaya, Kara-Murza e Yashin, i partecipanti portavano cartelli con frasi scritte da persone che vivono in Russia: l’intento era quello di dare voce, anche visivamente, a un’opposizione interna che non può esprimersi. Nell’ultimo anno l’opposizione ha trovato raramente i metodi per farlo.



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