Il Palazzo dei Congressi di Alghero: La storia di una cattedrale nel deserto

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  Il Palazzo dei Congressi di Alghero, costruito nella zona di Maria Pia, doveva essere il simbolo di un nuovo slancio turistico e culturale. L’idea risale agli anni ’80, quando il consigliere regionale Martino Lorettu spinse per un progetto capace di affiancare al fascino del litorale una struttura moderna dedicata ai grandi eventi. L’idea era ambiziosa: fare di Alghero una meta di rilievo per il turismo congressuale.

Eppure, fin dai primi passi, l’opera incontrò ostacoli di ogni genere. 

  Fra ritardi burocratici, problemi di finanziamento e continui rimaneggiamenti, il cantiere si trascinò per tutti gli anni 90′, diventando l’emblema di un’incapacità politica generale. Diverse amministrazioni provarono a rianimare il progetto, fra cui quella guidata da Carlo Sechi (1995-2002), ma con scarsi risultati. Neppure Marco Tedde (2002-2012), pur registrando qualche avanzamento, riuscì a evitare che i lavori si impantanassero.

Poi, nel 2007, si arrivò all’inaugurazione in pompa magna, salutata come una vittoria. Fu però soltanto un gesto di facciata: l’edificio era inutilizzabile e, di fatto, rimase chiuso. Di lì a poco piovvero critiche sia dalla cittadinanza sia dall’opposizione, che vedevano nel Palazzo l’ennesimo esempio di disorganizzazione. Nel 2011, sotto il secondo mandato di Tedde, si tentò di dare lustro al complesso attraverso l’intitolazione dell’anfiteatro esterno al cantautore Ivan Graziani. Restò purtroppo un atto simbolico, privo di conseguenze pratiche: l’area continuò a languire nell’abbandono. 

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  A quel punto, i 25 milioni di euro investiti finivano per testimoniare soltanto la costosa incompiutezza dell’intera operazione. Un destino che scaricava responsabilità su tutte le amministrazioni succedutesi: nessuna riuscì a restituire alla città un’opera funzionante, condannandola a essere, più che un fiore all’occhiello, un monito. Non stupisce che la stessa comunità, nel 2025, ancora guardi a quei decenni di errori con rassegnazione mista a rabbia. 

  Nel frattempo, qualcosa si è mosso. Dopo anni di promesse mancate e di immobilismo anche negli anni dell’amministrazione Lubrano e Bruno (2012-2014-2019), nel 2020 la Regione Sardegna con la spinta decisiva del presidente del consiglio regionale, l’algherese Michele Pais, ha stanziato 3 milioni di euro per riqualificare la struttura. Nacque così l’idea di “Casa Sardegna”, un centro polifunzionale capace di ospitare eventi culturali, sportivi e turistici. Nel 2022, grazie all’amministrazione di centrodestra guidata dal sindaco Mario Conoci, l’anfiteatro fu finalmente intitolato a Graziani, con un restyling che interessò tribune, sedute e impianti. L’assessore alle Opere Pubbliche dell’epoca, Antonello Peru di Forza Itala, oggi all’opposizione, rivendicò con orgoglio il risultato, definendolo un esempio di efficienza amministrativa.

Ma le schermaglie politiche non si placarono. 

  Nel 2025, Forza Italia, dagli scranni dell’opposizione, torna a puntare il dito e a battere i piedi accusando l’amministrazione di Raimondo Cacciotto di prendersi meriti frutto di impegni presi dalle precedenti giunte di centrodestra. La maggioranza ha replicato duramente, difendendo il proprio operato e annunciando ulteriori lavori per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle aree esterne. L’assessore alle opere pubbliche e vicesindaco Francesco Marinaro ha sottolineato di recente, in proposito, l’importanza di integrare la struttura con spazi sportivi e ricreativi, aperti alla comunità e alle associazioni locali. 

  Se da un lato il Palazzo dei Congressi ha finalmente visto alcuni segnali di ripresa, dall’altro resta il ricordo di un’opportunità sprecata che solo ora, a decenni di distanza, sembra trovare uno spiraglio di speranza. Ciò che fino al 2011 era sinonimo di fallimento e cattiva gestione, oggi prova a trasformarsi in un centro vitale per Alghero. Il cammino resta lungo e incerto, ma la città è chiamata a dimostrare di poter volgersi al futuro senza ripetere gli errori del passato, perché la linea sottile che separa l’ambizione dal disastro, in questa storia, è stata tracciata fin troppo chiaramente.





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