Polveriera Serbia: se le proteste innescano una (nuova) crisi politica nei Balcani

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Novi Sad, febbraio 2025. Sono passati quasi quattro mesi dal crollo di una pensilina nella stazione ferroviaria della seconda città più popolosa nel nord-ovest della Serbia, con un bilancio di 14 morti e decine di feriti. Evento che ha innescato una serie di proteste quasi ininterrotte in tutto il Paese ed in particolare nella capitale Belgrado, le cui arterie stradali nelle scorse settimane sono rimaste del tutto bloccate per ventiquattr’ore grazie ad un’azione coordinata di migliaia di manifestanti scesi in piazza ad esprimere il proprio dissenso verso una corruzione dilagante e un’insoddisfazione generale per la situazione in cui versa l’ex repubblica jugoslava.

Alla guida delle proteste ci sono giovani, giovanissimi e soprattutto studenti universitari, che – incuranti degli irremovibili tentativi di repressione del dissenso popolare da parte delle forze di polizia serbe – occupano ormai da mesi le università, sfilano per le strade della capitale, marciano a piedi per oltre 60 miglia fino a Novi Sad, con il pieno supporto della popolazione che non si è tirata indietro nell’offrire cibo, bevande calde, assistenza e addirittura un passaggio in taxi gratuito per ritornare a Belgrado.

Azioni non rimaste senza conseguenze: di fronte ad un Paese in fiamme, la maldestra gestione delle manifestazioni da parte del governo ha portato alle dimissioni del primo ministro Miloš Vučević, aprendo all’eventualità di nuove elezioni. Una crisi politica di non poco conto, benché prontamente relegata dal presidente Vučić in visita a Banja Luka ad una semplice ingerenza di agenti stranieri di non meglio specificata provenienza occidentale, nel tentativo di tenere insieme il fronte interno e scongiurare un tracollo completo dell’equilibrio politico serbo.

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Oggetto della dura contestazione popolare, accanto alla già nota corruzione dilagante, è l’opacità con cui vengono gestiti i nuovi progetti di natura infrastrutturale attualmente in costruzione in Serbia. Aspetto di particolare rilevanza se letto attraverso la lente della competizione geopolitica tra le grandi potenze nell’area balcanica: la stazione ferroviaria di Novi Sad, ristrutturata solo nel marzo 2022, rientra nel più ampio progetto quasi totalmente finanziato da Pechino per il collegamento ad alta velocità tra Belgrado e Budapest.

Un chiaro esempio, tra i molti riscontrabili in Serbia, di come Pechino tenti di operare una costante penetrazione economica “in salsa sinica” non solo per rafforzare il proprio peso geopolitico nei Balcani, bensì per realizzare il più ampio obiettivo di estendere la propria influenza in Europa. Da qui l’interesse per la Serbia e per l’area balcanica: rotta di transito diretto per il Vecchio continente, da percorrere dopo essere già entrati a gamba tesa con la porta di casa spalancata dai greci con una cessione della proprietà del porto del Pireo ormai per due terzi in mano al colosso cinese Cosco Shipping. E se l’area balcanica si presenta politicamente, etnicamente e socialmente instabile, poco importa: occasione in più per applicare in modo ortodosso quello che dal lancio della One Belt, One Road è divenuto il modus operandi di Pechino – non ingerenza negli affari interni di uno Stato estero, disinteresse per il rispetto dei diritti umani a livello locale, leva geoeconomica con possibilità di far scivolare il Paese oggetto degli investimenti cinesi nella “trappola del debito”. Un’espressione che ricorda i vecchi tempi del Washington Consensus, ma che nei Balcani non vede (al momento) più il protagonismo di prim’ordine degli Stati Uniti, occupati nella riduzione dei propri impegni internazionali alla sola area indo-pacifica e pertanto pienamente interessati a delegare all’Unione Europea la gestione degli affari balcanici.

Ma sul coinvolgimento europeo e sulla buona riuscita delle intenzioni americane dubitano persino gli stessi serbi: il processo di adesione all’Unione Europea è in stallo, il Kosovo rimane una questione tutt’altro che risolta e le mire indipendentistiche della Repubblica Srpska – geograficamente parte della Federazione di Bosnia ed Erzegovina – non fanno altro che gettare benzina sul fuoco dell’ultranazionalismo serbo. Situazione nella quale il presidente Vučić non può fare altro che giocare la carta dell’equilibrismo: leader di un Paese in cerca di un peso (geo)strategico, dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca Vučić ha tentato a più riprese di adottare una politica estera “multivettoriale” nei confronti delle grandi potenze che orbitano attorno alla Serbia, al fine di ottimizzare il più possibile la sua posizione geografica a fini politici.

Se dal 2022 Belgrado si è dialetticamente allineata alla Russia in merito al dossier Ucraina ignorando in toto l’invito di Bruxelles di adottare sanzioni conto il presidente russo Putin e il suo entourage politico ed economico, più di recente Vučić ha ambiguamente preso le distanze da Mosca, facendo dietrofront su una serie di contratti di natura militare stipulati con il Cremlino. Nuovamente, in favore di Pechino: a sostituire le armi russe sono state infatti le dotazioni cinesi – si noti bene che la Serbia, attore regionale fuori dall’architettura di sicurezza della NATO, è l’unica potenza sul continente europeo allargato a possedere il sistema di difesa aerea FK-3.

Se la Russia sembra al momento retrocedere sul versante balcanico per via degli impegni bellici in Ucraina, ad approfittare del turmoil regionale è la Turchia, che sfruttando la presenza di diversivi internazionali tenta di ritagliarsi (o di riprendersi) in ottica panturanica quello spazio già posseduto dall’impero ottomano durante i secoli precedenti alla sua dissoluzione. La Turchia di Erdoğan – proprio grazie ad un passato di dominazione ottomana – può contare infatti su affinità di natura etnica e religiosa con la regione, aspetto non replicabile per nessun’altra potenza mondiale. Per questo motivo, accanto alla leva militare e al commercio dei celebri droni Bayraktar TB2, Ankara ha impiegato una costante influenza religiosa e culturale come mezzo di soft power che si manifesta soprattutto nella diffusione – se non nel vero e proprio successo sfrenato – di serie tv di produzione turca tra le frange più giovani della società balcanica. Un discorso che tuttavia non può applicarsi a tutti i Paesi dell’area balcanica: l’aspetto culturale e religioso risulta notevolmente mitigato con la Serbia – di popolazione slava e ortodossa – e la penetrazione verso Belgrado è frenata non solo da storici legami del Paese con Mosca, bensì anche dai rapporti strettissimi che intercorrono tra Ankara e Priština (a titolo di esempio, il primo Paese a stipulare accordi commerciali con il Kosovo fu proprio la Turchia).

Su questo ultimo punto, abbondano i militari turchi tra le fila della KFOR, e sono frequenti gli inneggi di Erdoğan all’idea di “un popolo, due Stati” già di uso corrente nei confronti dell’Azerbaigian, che nella versione kosovara recita Türkiye Kosova’dir, Türkiye ‘dir, “la Turchia è il Kosovo, il Kosovo è la Turchia”.

Non da ultimo, è vivo nella memoria dei serbi il ricordo della partecipazione turca alle operazioni della NATO culminate nel bombardamento di Belgrado del 1999, così come la consapevolezza delle priorità strategiche turche nei Balcani in relazione al controllo dei corridoi energetici provenienti dal Caucaso meridionale.

Ad ogni modo, ciò che è certo è che il gioco delle grandi potenze nei Balcani sta iniziando a mostrare i primi segni di debolezza. A pagarne le spese è la stabilità della Serbia, da sempre vulnerabile alle scintille della polveriera balcanica. Che potrebbe – come mostrano le proteste studentesche – propagare un’onda d’urto in tutto il confinante continente europeo, reo di mere fuggitive osservazioni e di ancor meno profondità strategica in un’area di primario interesse per le istituzioni brussellesi (se non addirittura di una comune casa Europea) e per Roma in primis.

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