Ridefinire le difesa europea: evoluzione, limiti e futuro delle politiche di sicurezza in Europa

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L’invasione russa dell’Ucraina ha messo in luce la necessità di una significativa riorganizzazione della difesa europea. Questo breve articolo esamina l’evoluzione e gli obiettivi della difesa europea nel contesto post-guerra in Ucraina, analizzando come l’Unione Europea stia ridefinendo le proprie politiche di sicurezza.

Impatto della guerra in Ucraina sulle politiche di difesa europee

L’aggressione del febbraio 2022 ha catalizzato cambiamenti significativi nell’approccio alla difesa europea, ridefinendo le strategie per consolidare una risposta più robusta e integrata a livello continentale. La convinzione diffusa che una guerra interstatale fosse un fenomeno del passato, relegato al XIX e XX secolo, ha caratterizzato la politica di difesa del post-Guerra Fredda. Tuttavia, le attuali tensioni geopolitiche, già evidenziate dagli eventi del 2008 in Georgia e del 2014 in Ucraina, hanno imposto un ripensamento radicale della sicurezza nel continente. Il clima di kantiano di pace perpetua è stato ribaltato dall’espansionismo russo, e il ritorno della guerra di aggressione in Europa ha dimostrato che la stabilità non può essere più garantita senza un rafforzamento concreto delle capacità di difesa dell’UE.

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L’Europa si prepara al riarmo

Gli ultimi dieci anni hanno visto un aumento significativo e costante della spesa per la difesa, con molti paesi che si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo del 2% del PIL stabilito dalla NATO. Il budget stanziato per la difesa è passato dai 182€ miliardi nel 2014 ad una proiezione di 326€ miliardi per il 2024.

Sull’asse operativo, l’UE ha intensificato le sue operazioni comuni e ha promosso manovre militari congiunte per integrare le diverse forze armate nazionali. Iniziative come l’esercitazione EUFOR sono state rilanciate per migliorare la prontezza operativa e la capacità di risposta a scenari di crisi.

Parallelamente, si evidenzia un significativo incremento degli investimenti in tecnologie avanzate. In questo contesto, l’European Defense Fund è stato cruciale nel finanziare la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie, tra cui droni e sistemi cybernetici di difesa.

Verso una difesa comune: PESCO

La Permanent Structured Cooperation (PESCO) ricopre un ruolo cruciale nella promozione dell’integrazione europea in ambito difensivo. Istituita nel 2017, PESCO coinvolge 26 dei 27 Stati membri dell’UE (Malta esclusa), e si concentra sullo sviluppo delle capacità di difesa comuni, sul coordinamento degli investimenti e il miglioramento dell’interoperabilità delle forze armate nazionali. Attualmente, sono 66 i progetti in fase di sviluppo e coprono aree quali addestramento, capacità terrestri, marittime, aeree e cyber difesa.

Gli obiettivi che la PESCO si impegna a seguire includono l’aumento progressivo della spesa per la difesa e il rafforzamento della capacità di mobilitazione rapida di unità militari, pur senza costituire forze permanenti. La recente revisione strategica, approvata dal Consiglio Europeo nel novembre 2024, mira a rafforzare la PESCO, adattandolo alla nuova realtà geopolitica, assicurando che sia in grado di rispondere efficacemente alle sfide di sicurezza attuali e future. Questa iniziativa di difesa europea coordinata è fondamentale per gli Stati membri, poiché permette di migliorare le capacità difensive sia a livello nazionale che regionale, rendendo  l’Europa più coesa e resiliente.

La minaccia russa alla pace nel continente

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L’Unione Europea si trova di fronte a un panorama di sicurezza in rapida evoluzione, nel quale la minaccia più immediata proviene dalla politica estera aggressiva della Federazione Russa. L’approccio storicamente passivo dell’UE nei confronti di Mosca ha aperto la strada ad una strategia aggressiva ed espansionista nel Cremlino. Nel 2008 e nel 2014 l’Unione ha fallito nel fornire una risposta decisa, dimostrando una certa reticenza nell’affrontare apertamente la Russia.

L’invasione su vasta scala dell’Ucraina rappresenta la naturale conseguenza della visione imperiale russa, le cui pretese sono state facilitate da risposte inadeguate in Europa. Mosca ha dimostrato una noncuranza della sovranità e dell’integrità territoriale del suo “near abroad”, ed oggi si erge a maggiore minaccia per la sicurezza del continente.

Parallelamente alla difesa tradizionale, la Russia minaccia l’Europa anche attraverso strategie di guerra ibrida. Queste minacce includono campagne di disinformazione, sabotaggio di cavi sottomarini e attacchi informatici. La natura non convenzionale di queste azioni le rende difficili da identificare e contrastare. Questo tipo di aggressione mira a sfruttare le vulnerabilità senza scatenare una risposta militare diretta, operando attraverso mezzi che sono difficili da attribuire e quindi da contrastare apertamente.

Trend attuali nelle spese per la difesa

Dopo una prima parte di secolo di relativa stagnazione, negli ultimi dieci anni la spesa per la difesa ha intrapreso un percorso di crescita costante. Questo trend è attribuibile a due eventi chiave: l’annessione della Crimea del 2014 e l’invasione dell’Ucraina del 2022.

Come riportano i dati dell’European Defense Agency (EDA), la spesa per la difesa è passata dai 147€ miliardi nel 2014 a 214€ miliardi nel 2021. Tra il 2021 e il 2024, il budget per la difesa è cresciuto di oltre il 30%, raggiungendo i 326€ miliardi nel 2024. Questa cifra dovrebbe aumentare di circa 100 miliardi in termini reali entro il 2027. La prospettiva di un ulteriore incremento riflette una svolta significativa nella strategia di sicurezza europea e, soprattutto, un cambiamento nella percezione del ruolo che l’Europa intende assumere in un panorama globale multipolare, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti.

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Il nuovo scenario geopolitico ha messo in evidenza una realtà che per troppo tempo i vertici europei hanno ignorato: la necessità di una difesa realmente integrata e autonoma. Ad oggi, l’UE ha investito in iniziative per la sicurezza comunitaria che, tuttavia, restano frammentate e prive di una visione strategica di lungo periodo. Gli sforzi si concentrano prevalentemente su soluzioni a breve termine, che mancano di una pianificazione capace di garantire un’industria della difesa competitiva e sostenibile nel tempo.

Le difficoltà emerse con il supporto militare all’Ucraina ne sono la dimostrazione più evidente: produzione insufficiente di mezzi e munizioni, scarsa standardizzazione degli equipaggiamenti e difficoltà logistiche legate alla diversità di armamenti forniti dagli Stati membri.

Dopo decenni di inerzia, un primo tentativo di coordinamento della difesa risale al 2004 con la creazione della European Defence Agency, concepita per armonizzare gli sforzi dei singoli Stati nell’ambito della sicurezza comunitaria. Solo oltre un decennio più tardi sono state avviate iniziative più strutturate, come la già accennata PESCO, che fornisce una cornice di collaborazione militare tra gli Stati membri, e il CARD (Coordinated Annual Review on Defence), destinato a orientare gli investimenti in materia di difesa.

Attualmente, il problema alla base della difesa comunitaria è la mancanza di una visione militarmente comune e coordinata fra i Paesi dell’UE. Il budget di 326 miliardi ripartito fra gli Stati membri rimane a discrezione dei Ministeri dei singoli Paesi che, per quanto possano seguire le linee guida di Bruxelles, difficilmente potranno agire in modo coordinato negli investimenti.

È importante poi segnalare la differenza di investimenti negli Stati dell’Europa orientale, che più percepiscono la minaccia russa. Tra questi svetta la Polonia, con una spesa pari al 4.12% del proprio PIL, seguita da Estonia e Lettonia. In modo del tutto speculare, troviamo in fondo alla lista Paesi come Italia, Spagna, Portogallo, in cui i timori di una minaccia militare sono meno sentiti.

Come riportato dalle previsioni dell’EDA, il budget di 326€ miliardi per il 2024 risulta essere la cifra record per il nono anno consecutivo. In tal senso si potrebbe quindi parlare di una corsa alle armi di un’Europa ormai conscia della propria posizione globale, ma l’Unione è ben lungi dal star correndo ai ripari.

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I problemi dei finanziamenti alla difesa comunitaria

Oltre alle sfide strutturali e operative legate alla costruzione di una difesa comunitaria efficace, permangono le resistenze politiche dei Paesi membri, spesso riluttanti ad accettare un maggiore coinvolgimento sovranazionale, soprattutto in un contesto in cui la sovranità nazionale resta frequentemente strumentalizzato dalle fazioni politiche euroscettiche. Tuttavia, l’opposizione a una difesa comune non proviene soltanto dalle forze più oltranziste, ma talvolta dagli stessi governi europei. 

Due esempi emblematici chiariscono questa dinamica: il primo riguarda l’opposizione della Germania all’ipotesi di destinare 100 miliardi del fondo NextGenerationEU al finanziamento dell’European Defence Industry Programme per il periodo 2028-2034. Berlino, fedele alla propria linea di rigore fiscale e di rifiuto del debito pubblico, ha espresso la volontà di escludere qualsiasi forma di finanziamento militare basata su fondi a debito. Il secondo caso riguarda le perplessità francesi, legate al timore che una politica di difesa comunitaria possa compromettere la competitività internazionale dell’industria bellica nazionale. Sin dagli anni ’50, la Francia ha mantenuto un’impostazione marcatamente sovranista in materia di difesa, ostacolando qualsiasi iniziativa che potesse limitare la propria autonomia strategica.

Il lento recupero del gap tecnologico

Ineluttabilmente, la questione dei fondi riguarda anche gli investimenti in ricerca e sviluppo, un settore in cui l’EDA ha ripreso con maggiore slancio solo alla fine del decennio scorso. Dal 2011 al 2018, i Paesi UE hanno destinato meno del 20% della loro spesa totale per la difesa all’aggiornamento tecnologico delle proprie forze armate, generando un deficit complessivo di investimenti pari a circa 25€ miliardi. A partire dal 2019, i nuovi investimenti hanno cercato di compensare questa carenza e, ad oggi, stanno progressivamente affrontando le lacune operative sia nel breve che nel lungo termine.

Nel 2024, l’EDA ha individuato una serie di macroaree strategiche su cui concentrare gli sforzi, con l’obiettivo di colmare il gap tecnologico e operativo dell’UE e rafforzare la capacità di risposta a eventuali minacce. Nello specifico, tra queste rientra il settore dell’Integrated Air and Missile Defence (IAMD), per cui nel merito del Report CARD si è delineato un approccio per colmare le lacune più critiche nella difesa aerea e missilistica, con particolare attenzione alle capacità a corto raggio, come le contromisure contro droni e i sistemi Short-Range Air Defence (SHORAD). Un altro ambito cruciale riguarda l’equipaggiamento individuale delle forze armate, con particolare riguardo ai dispositivi di protezione biologica, chimica, radiologica e nucleare (CBRN).

Il costante incremento del budget militare degli ultimi anni lascia intravedere una concreta evoluzione nella politica di difesa comunitaria, soprattutto considerando che il processo di ammodernamento delle forze armate europee ha avuto ufficialmente inizio con il Preparatory Action on Defence Research (PADR) del 2017. Il PADR, concepito come progetto pilota, è stato attivo fino al 2019 con l’esplicito obiettivo di delineare la strategia di ricerca europea in ambito militare a partire dal 2021. La sua eredità è oggi visibile nel “2025 EDF Work Programme”, il piano annuale della European Defence Fund per lo sviluppo di tecnologie militari nei settori terrestre, marittimo, aeronautico, spaziale e cyber.

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Approvato a fine gennaio 2025, il programma prevede per l’anno in corso un investimento di 1,065 miliardi di euro, destinati a sostenere la ricerca e lo sviluppo nel comparto della difesa, riducendo al contempo la frammentazione degli investimenti nazionali. Ad oggi, l’EDF rappresenta il principale strumento comunitario per il finanziamento dell’innovazione tecnologica in ambito militare, consolidando il ruolo dell’Unione Europea come attore sempre più strutturato nel panorama della sicurezza globale.

Il futuro della difesa europea

L’Europa non registra un simile dinamismo nel settore della difesa dai tempi della Guerra Fredda quando ancora si discuteva della creazione della Comunità Europea di Difesa, iniziativa poi naufragata nel 1954 a causa dell’opposizione francese dovuta ad una simile cessione di sovranità. Oggi la sfida permane, peraltro ostacolata da minacce simili, fra tutti la contrarietà a cedere un così alto livello di sovranità all’Unione Europea, senza dimenticare la ferrea neutralità di Austria e Malta, che ostacola l’integrazione militare, e la politica ambivalente dell’Ungheria, spesso in contrasto con Bruxelles. La questione della difesa comunitaria si scontra con un’ulteriore questione: l’assenza di una politica estera europea comune

Eppure, sulla carta, l’UE è oggi la seconda potenza mondiale per spesa militare. In effetti i segnali di una ripresa concreta si intravedono, ad esempio la Commissione Europea ha delineato lo scorso marzo una bozza di un quadro strategico per il 2035, che imporrebbe ai Paesi membri che almeno il 60% dei propri equipaggiamenti provenga da produttori europei.Infine, per quanto riguarda il futuro della difesa europea, è importante citare il report Draghi, che evidenzia l’urgenza di un nuovo paradigma strategico. Secondo il report, visto il graduale disimpegno di Washington, l’UE dovrebbe destinare almeno il 5% del PIL alla difesa, in una visione di autonomia rispetto all’alleato americano.





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