Monfalcone e la crisi dell’integrazione, Perrone: «Fallimentari le politiche comunali su lavoro e immigrazione» • Il Goriziano

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Ci scrive il sindacalista Alessandro Perrone dell’Unione Sindacale di Base. I recenti episodi di cronaca nera che hanno coinvolto due uomini della comunità bengalese che vive a Monfalcone pongono interrogativi cruciali su politiche e condizioni sociali che meritano attenzione. Sebbene le vicende debbano essere condannate senza indugi, per il sindacalista è fondamentale evitare facili semplificazioni, che rischiano di esacerbare divisioni e conflitti. Richiamate poi le responsabilità politiche di centrodestra e centrosinistra in tema di lavoro e diritti, di precarietà e sfruttamento. Questi ultimi – secondo il sindacalista – alimentatori di malessere sociale. Tenendo conto di questo scenario, l’Unione Sindacale di Base si fa portavoce di un cambio di rotta necessario per una convivenza armoniosa, centrata sui diritti e sull’integrazione. (S.F.)

I fatti di cronaca nera che in questi giorni hanno tristemente interessato il nostro Mandamento, in particolare i cittadini della comunità straniera residenti a Monfalcone, vanno esecrati senza mezzi termini, ma impongono delle riflessioni. Pur prendendo le distanze dalle facili semplificazioni e generalizzazioni ad uso e consumo di una campagna elettorale permanente che non ha mai affrontato seriamente la questione né se n’è assunta il peso, è del tutto evidente, infatti la responsabilità della politica, in particolare della destra che a livello locale governa da 9 anni e quella nazionale che fonda i propri consensi su politiche di immigrazione fallimentari, una narrazione propagandistica basata sull’odio e sulla paura.

Negli anni precedenti anche il centro-sinistra non ha certo brillato per le politiche sul lavoro, che addirittura hanno peggiorato le condizioni di tutti, senza mai affrontare ad esempio l’annoso problema del sistema di appalti e sub-appalti da USB più volte segnalato e denunciato. Inevitabilmente, la cantieristica navale monfalconese in questo contesto ha ingenerato tutte le problematiche pur prevedibili che nel tempo avevamo sollevato. In assenza di una efficace politica di immigrazione in grado di garantire un sistema integrato e valoriale, la Fincantieri, gli appaltatori e imprenditori in questo complesso produttivo, hanno determinato un sistema di precariato, di sfruttamento, di caporalato, con risvolti delinquenziali, ricercando il massimo profitto economico senza preoccuparsi delle conseguenze, delle ricadute sociali, della mancata integrazione degli immigrati, il tutto con l’avallo o nel migliore dei casi con il colpevole silenzio di alcuni sindacati.

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Ecco che oggi i costi di questo disastro ricadono drammaticamente sulla comunità, con una mancanza di sicurezza sul lavoro che si ripercuote nelle strade, nella città.
Dunque, le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati, il deficit di diritti, i bassi livelli salariali, la precarietà determinata dal sistema degli appalti e sub-appalti legati alla cantieristica navale, alle forme di sfruttamento sommati alla costante compressione delle politiche sociali, a favore di quelle securitarie, allarmistiche di stampo xenofobo e di fatto classista, in particolare degli ultimi anni da parte delle destre cittadine che amministrano la città, hanno contribuito a rendere Monfalcone sempre meno vivibile. Come sindacato che difende i diritti di tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori in quanto tali, sia nei posti di lavoro, come nella loro vita quotidiana e civile, esprimiamo forte preoccupazione per il costante scivolamento verso la disgregazione sociale e per quanto ci riguarda la scomposizione di classe a cui assistiamo da anni.

La comunità straniera e la sua componente maggioritaria di origine bengalese è nella sua larga maggioranza pacifica e laboriosa. La nuova classe operaia cittadina, di fatto, è composta prevalentemente da giovani lavoratori immigrati che sono parte rilevante del tessuto economico e sociale del territorio e del futuro stesso della città.
L’immigrazione, soprattutto quella regolare, deve essere per l’Italia e, in particolare, per Monfalcone una sfida culturale ed organizzativa, un fenomeno che se non governato con giudizio rischia di essere un detonatore di crisi latenti e conflitti sociali.

Basta con la spietata e divisiva ricerca del consenso politico, soprattutto da parte della destra becera che fa leva sulla paura dell’altro, sulla chiusura culturale, aggiunta alla totale mancanza di politiche formative anche da parte imprenditoriale, tese a favorire l’integrazione attraverso corsi di Italiano, di educazione civica, attraverso livelli salariali dignitosi, il superamento della giungla di appalti e subappalti che rendono inesistente un progetto sociale di formazione capace di trasformare gli immigrati in cittadini. Come sindacato di base, chiediamo una legge sulla rappresentanza sindacale a tutela autentica dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, inoltre, pensiamo che per uscire da una spirale perversa occorre porre al centro del dibattito cittadino il lavoro, la sua qualità, l’emancipazione economica, sociale, culturale come forma universale di coesione e rispetto reciproco e progresso di tutta la comunità.

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