È più pericoloso dare a un bambino di tre anni un bicchiere di vetro o uno smartphone?. Èquel che si domanda Simone Lanza nel suo saggio uscito per Armando editore dal significativo titolo L’attenzione contesa. Come il tempo schermo modifica l’infanzia (pp. 226, euro 20).
Maria Montessori non avrebbe dubbi, vista l’importanza che ha attribuito agli oggetti fragili per lo sviluppo dell’attenzione, e non ha dubbi neppure Simone Lanza, maestro elementare e studioso, nonché collaboratore del Centro di ricerca benessere digitale dell’Università Bicocca di Milano. Non si tratta di demonizzare gli strumenti digitali, ma di riflettere sugli effetti che un uso prolungato e precoce degli schermi sta avendo – dati alla mano – in particolar modo sull’attenzione infantile.
RIPRENDENDO MONTESSORI e Vygotskij (e non solo), l’autore dedica ben tre capitoli al concetto di attenzione, sottolineando la distinzione tra un’attenzione congiunta, fondamentale per lo sviluppo del linguaggio umano, e una disgiunta di cui già l’introduzione al saggio e l’immagine scelta in copertina ci offrono un chiaro esempio: Lanza parte dall’abitudine ormai diffusa di molte madri di scattarsi una foto subito dopo il parto, rendendo quell’esperienza condivisibile attraverso lo schermo più che attraverso lo sguardo congiunto di madre e figlio; allo stesso modo, il bambino che nella fotografia della copertina si fa un video mentre si diverte sulla giostra dei cavalli, vive quell’esperienza attraverso un filtro, più spettatore di sé stesso che attore.
Per comprendere la mutazione odierna dell’attenzione infantile, tema centrale del saggio, è necessario osservare la «mutazione della temporalità», ed è qui che entra in gioco il concetto di tempo schermo (che include tutti i tipi di schermo dalla televisione allo smartphone, dalla console al dvd). Prima ancora che una relazione con un oggetto, il tempo schermo è una forma di temporalità da confrontare con le altre infantili quali il tempo di sonno, di gioco, di lettura, di studio, il tempo all’aria aperta; e il confronto non deve essere fatto solo in termini quantitativi bensì qualitativi.
Certamente, il tempo schermo amplifica i problemi di attenzione interrompendola e frammentandola, anche se la questione viene letta in una prospettiva socio-antropologica che prende in considerazione l’accelerazione della vita moderna, riflessione su cui Lanza dedica diverse pagine.
Tuttavia, i circoli viziosi creati dal tempo schermo nell’infanzia e a seguire nell’adolescenza, come Jonathan Haidt ha ben illustrato ne La generazione ansiosa (Rizzoli 2024), e presi dettagliatamente in analisi in questo saggio, ci chiedono di affrontare l’importante mutazione in un’ottica etica prima ancora che pedagogica e scientifica. E pure di sfatare diversi miti, prima di tutto smettere di credere che la tecnologia sia neutra: «La tecnologia oggi si propone come un’ideologia che non ammette sfumature: si deve esserne a favore o contro».
ALTRETTANTO IMPORTANTE è ricordarsi che attirare l’attenzione non significa potenzia («Perché i bambini che sembrano così attenti davanti allo schermo non sviluppano attenzione?», si domanda Lanza). Va sfatato il mito che gli schermi possano servire a imparare, non a caso si parla di deficit da schermo. «Non esistono – puntualizza l’autore – studi a sostegno del fatto che un’esposizione precoce o eccessiva agli schermi sia funzionale allo sviluppo dell’attenzione. Più ci si ritrova a ridosso della nascita (0-3, 0-6, 0-10 anni), più è vero il contrario: il tempo schermo compromette lo sviluppo e le potenzialità di apprendimento umano».
Che fare allora? Innanzitutto far sì che le tecnologie che affidiamo alle future generazioni siano «discusse e selezionate sulla base di criteri etici prima che industriali». Inoltre evitare, e non vietare, l’uso degli schermi prima dei tre anni, come il vademecum per le famiglie nella postfazione suggerisce: sette semplici regole psico-pedagogiche per gestire il digitale in famiglia su cui meditare e, soprattutto, da mettere il più possibile in pratica.
Infine, temere di meno i bicchieri di vetro, confidando maggiormente nell’attenzione e nella cura dei bambini.
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