Negli ultimi tempi ricorre sempre più frequentemente la figura di “codice” per definire la Bibbia, riconoscendola come il grande codice, quasi l’alfabeto per interpretare e comprendere l’evolversi della cultura, particolarmente di quella occidentale.
Per quanto suggestiva e sensata possa essere questa figura, essa mostrerebbe tutta la sua precarietà e insufficienza, se la si volesse applicare anche al binomio Bibbia e etica. Il motivo sta nel significato che solitamente, e certo non a buon diritto, attribuiamo al termine “codice” all’interno del discorso etico, correndo troppo spesso a immaginare quella che di per sé è una complessa e differenziata teoria dell’agire umano, l’etica appunto, come un apparato codificato di norme che regolano il nostro comportamento individuale e collettivo, lo giudicano, lo sanzionano, lo approvano.
La valenza positiva di grande codice, applicato alla Bibbia viene a perdersi nella cifra prescrittiva di controllo dell’agire che si vorrebbe far coincidere con l’etica. Qui addirittura la Bibbia viene presa nella materialità scarna di alcuni suoi passaggi che riguardano le regole di vita in contesti ben identificati, figli delle loro culture e delle loro epoche. Il trasferimento di regole morali da questi contesti originari a qualsiasi altra epoca, quasi come se le regole, strettamente intese nelle loro formulazioni normative, proprio perché contenute nel testo biblico potessero e dovessero essere applicate per sempre e dappertutto. Tendenze di questo genere ricorrono di volta in volta quando, anche nello spazio pubblico e anche oggi, si affrontano temi eticamente sensibili. Eppure, l’esegesi biblica, cioè il lavoro di chi si avvicina con metodo storicamente sensibile e responsabilmente critico al testo, continua a insegnarci il dovere di leggere i cataloghi normativi, cioè le regole morali riferite nella Bibbia, contestualizzandoli e riportandoli al loro senso vero, quello di far emergere il possibile spessore valoriale, insito nelle norme, ma in linguaggio e forme che sono debitori al loro tempo e proprio per questo non possono e non debbono essere presi come dettati normativi apodittici. Accostare Bibbia e etica con la lente di ingrandimento dell’apparato legislativo (la via del nomos che vive nei codici!), con tutto il suo richiamo a un’attitudine di obbedienza, priva di ogni mediazione culturale, è un’operazione indebita. E per fortuna la sensibilità critica del sapere moderno smaschera con efficacia il limite di un simile approccio.
Alla Bibbia si addice un’altra visione di etica. Essa non si attesta sulle singole formulazioni di regole morali, per altro nella Bibbia stessa spesso in contrasto l’una con l’altra. E non vuole riguardare solo la condotta di singole persone o il confronto dell’una con l’altra. Nella Bibbia emergono potenziali a forte cifra etica, tendenti a cementare le condizioni di possibilità di buona convivenza, nell’anelito alla costruzione di nuclei affiatati di persone aperte al senso di comunità, nella ricerca di orizzonti condivisi. L’apertura verso il futuro, passando da processi accompagnati di liberazione da schiavitù, innerva la moralità di soggetti tesi alla formazione di un popolo. Lo sfondo comunitario dell’etica biblica aiuta a decantare quella enfasi moraleggiante per la vita delle singole persone che noi conosciamo dall’uso strettamente normativo della Bibbia. Imboccare la via del disegno di comunità, della fioritura di umanità come articolazioni etiche espande il senso costruttivo e ispirativo del potenziale etico della Bibbia. La tensione verso spazi morali ampi, una sorta di espansione della via del telos, cioè del magma proiettivo verso il futuro, fa dell’etica biblica una risorsa aperta, creativa, interrogante. Su questa linea del telos va percepito il Decalogo, non come codice prescrittivo, ma come spartito musicale di quegli aneliti di autenticità, di libertà, di relazioni risanate, di rispetto della dignità, di apprezzamento per la vita. Il tutto in vista della costruzione di comunità.
Questo registro tensionale verso il futuro non è astratto. E non è amorfo. C’è un come che assume la sua forma decisiva e questo traspare dalle visioni sapienziali sulla vita, dalla predicazione dei profeti antichi e dalla vita, i gesti e le parole del profeta di Nazareth. Il punto di convergenza fruibile ancora oggi è che nella costruzione di comunità la Bibbia ispira un ethos, un atteggiamento e un comportamento, nutrito dall’attenzione per chi sta più indietro nella scala della convivenza. La sintonia con chi soffre e l’apertura di sguardo alla sua condizione di vita sono ispirativi per una condotta che va oltre la semplice solidarietà. La Bibbia apre una visione dell’etica che passa attraverso la via del pathos, quella che restituisce dignità a ogni soggetto, rende eloquente “l’autorità di chi soffre” (J. B. Metz). E lava nel lavacro di desiderio di umanità ogni brama di potere di chi è chiamato a esercitare autorità. Anche se pensasse di poterlo fare con la Bibbia in mano.
professore emerito di teologia morale all’Università di Münster
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