L’agenzia investigativa dell’ex poliziotto di Milano. Il virus israeliano che infetta i telefoni di attivisti e giornalisti. Le manovre dei servizi stranieri. E i dubbi sulla nostra intelligence. L’Italia entra nell’era della sorveglianza di massa con apparati statali sotto accusa e ministri che parlano d’altro. E la sicurezza nazionale è fuori controllo
Benvenuti nell’era dello spionaggio di massa. Che da questione di Stato sta diventando sempre più un lucrosissimo affare privato. Anche in Italia.
A Milano, a Roma e in altre città sono in corso indagini delicate su diverse centrali di investigazioni che si sono rivelate in grado di sorvegliare illegalmente alcune migliaia di persone. Sono inchieste differenti per gravità e ampiezza, ma disegnano uno scenario che si ripete: dati personali e documenti riservati passano dagli apparati pubblici a società private, che li usano per fabbricare e vendere dossier. Ad accrescere l’allarme è la scoperta che un sofisticato programma di intercettazioni, un software di rango militare di produzione israeliana, è stato impiegato anche in Italia per infettare i telefonini di giornalisti e attivisti. Tra gli acquirenti di quella tecnologia c’è il nostro servizio segreto Aise, che nega però di averne mai abusato. Di certo, rispetto ai tanti scandali che in passato erano arrivati a scuotere le nostre istituzioni, oggi è dominante il ruolo delle società private, che sembrano subentrare agli apparati statali nelle attività illecite.
Benedetta Tobagi, che ha scritto saggi documentatissimi sulle stragi e i lati oscuri dei servizi, vede una logica in questo cambiamento: «Con la riforma del 2007, agli agenti italiani sono state concesse, per la prima volta, le cosiddette garanzie funzionali: anche i nostri servizi segreti possono fare operazioni illegali, purché siano autorizzate dal governo e giudicate legittime per la sicurezza nazionale. È una svolta basilare. Nei nostri servizi c’è sempre stato chi commetteva reati, ma non si poteva dire. Ora la legge autorizza una serie di illeciti, ma sotto il controllo del governo che se ne assume la responsabilità politica. Quindi, per realizzare operazioni illegali che non si possono far rientrare nell’interesse nazionale, è meglio rivolgersi a società private: di qui il proliferare di agenzie che lavorano fuori dai servizi, ma spesso sono comunque collegate, attraverso singoli appartenenti o ex agenti. È una specie di outsourcing dello spionaggio, che ovviamente è favorito dalla grande tentazione del denaro: determinate capacità e competenze valgono moltissimo sul mercato».
A Milano al centro delle indagini c’è un’agenzia investigativa, con alcuni soci importanti e molti clienti eccellenti, che era gestita da un ex poliziotto antimafia, Carmine Gallo, con un curriculum di prim’ordine, in grado di sfruttare i suoi agganci nelle forze di sicurezza per accedere alle banche dati pubbliche. È una trama che si ripropone in altre inchieste e che rimanda allo scandalo Pirelli-Telecom, esploso vent’anni fa, che era di rilevanza strategica, perché coinvolgeva il colosso telefonico nazionale. Anche allora il capo degli spioni, Giuliano Tavaroli, era uno stimato ex carabiniere passato alla sicurezza privata, che retribuiva decine di pubblici ufficiali e ha poi confessato e patteggiato.
Come presunto complice nei servizi segreti, i magistrati milanesi arrestarono Marco Mancini, numero tre dell’allora Sismi, che per le accuse non prescritte è stato prosciolto grazie a un’interpretazione extralarge del segreto di Stato (usato per la prima volta come causa di impunità), confermata da governi di ogni colore, da Prodi a Berlusconi. L’intoccabile Mancini è quindi rimasto capo-divisione del servizio segreto militare, l’unico a vantare contatti diretti con diversi leader politici, fino al recente pensionamento.
La banda targata Telecom fu incastrata da un dvd nel quale un associato, titolare dell’immancabile agenzia investigativa che faceva da copertura, custodiva qualche migliaio di dossier. L’archivio completo dei superspioni è però rimasto segreto: era in un megacomputer inviolabile, chiamato «server nero», con montagne di dati raccolti con gli attacchi informatici.
L’intrusione in computer e cellulari è ancora oggi la più invasiva tecnica di spionaggio, come dimostrano i casi più recenti. Paragon Solutions è un’azienda privata, fondata da ex militari dei servizi israeliani, che ha creato un software, Graphite, in grado di infettare un telefonino, carpire tutti i dati e trasformarlo in un registratore, senza che la vittima debba fare alcun click: basta far parte di un gruppo social contaminato. Su società di questo livello, i controlli statali sembrano inefficaci: l’allarme internazionale non è stato lanciato da forze di polizia o di giustizia, infatti, ma da un centro di ricerca dell’università di Toronto, Citizen Lab, che nel dicembre scorso ha segnalato a WhatsApp 90 casi di spionaggio in diversi Paesi tra cui l’Italia. Tra le vittime accertate, il giornalista Francesco Cancellato, direttore di Fanpage, che ha pubblicato vari scoop su Fratelli d’Italia, e difensori dei migranti come Luca Casarini, fondatore della Ong Mediterranea, e l’attivista libico Ghusam El Gomati. L’azienda israeliana ha dichiarato che il suo software viene venduto solo ai governi, con divieto di spiare giornalisti e oppositori, e ai primi di febbraio ha chiuso i rapporti con l’Italia, con l’accusa di aver violato quella regola. Il governo Meloni ha escluso di aver autorizzato lo spionaggio. Mentre il direttore dell’Aise ha riconosciuto di aver acquistato Graphite, ma ha giurato di non averlo usato contro quelle vittime.
In attesa di capire quanti italiani siano stati spiati e da chi, un fatto è sicuro: Paragon è l’ennesimo esempio di business privato che nasce da una costola statale. Tra i suoi azionisti e dirigenti spiccano l’ex premier laburista Ehud Barak, già capo delle forze armate, e l’ex comandante dell’intelligence israeliana. L’azienda, fondata sei anni fa, è stata appena venduta a un fondo statunitense, Ae Industrial Partners, per oltre mezzo miliardo. Tra i concorrenti di Paragon un posto d’onore spetta al gruppo Nso, anch’esso fondato da ex militari dei servizi israeliani, che ha creato un altro spyware, Pegasus, di tipo «zero click». La società è finita al centro di indagini e cause legali, dall’Europa agli Usa, con l’accusa di aver favorito attività illegali di spionaggio anche per regimi dittatoriali. In attesa delle prime sentenze, è stata assorbita da un fondo internazionale per circa un miliardo.
Predator è un altro spyware dello stesso tipo commercializzato da Intellexa, un gruppo societario creato da Tal Dilian, ex generale dei servizi israeliani. Nel 2023 è stato sanzionato dall’amministrazione Biden per aver venduto Predator ai servizi segreti egiziani, ad altri regimi autoritari e perfino a milizie armate sudanesi. Le sanzioni hanno colpito anche la sua ex compagna, che utilizzava compagnie offshore per schermare i titolari e non pagare le tasse. Un caso che solleva l’ulteriore problema dell’anonimato delle aziende di spionaggio.
Dalla Russia alla Cina, dagli Stati Uniti all’India, ogni potenza militare finanzia apparati pubblici e privati per sorvegliare milioni di persone, in patria e all’estero. Ma anche in Italia agisce qualche Grande Fratello di orwelliana memoria? E i nostri servizi c’entrano qualcosa? Tra passato e presente, gli esperti di sicurezza tendono a dare risposte diverse.
Il primo punto fermo è che l’Italia è stata per decenni una repubblica fondata sui segreti, i dossier e i ricatti. C’è lo storico scandalo dei 157 mila fascicoli spionistici raccolti dal Sifar, la cui distruzione fu gestita da Giulio Andreotti. Ci sono gli archivi della P2 nascosti da Licio Gelli. C’è il deposito della via Appia scoperto dopo la morte della superspia Federico Umberto D’Amato. Ci sono i segreti delle stragi, i documenti sulle connivenze dei servizi con il terrorismo, occultati ai magistrati, così come i «pezzi mancanti» delle indagini antimafia, dagli appunti rubati al generale Dalla Chiesa all’agenda rossa di Paolo Borsellino. Una catena di dossier maledetti, che sembra caratterizzare la storia nazionale.
Secondo diversi ex magistrati e poliziotti di grande esperienza, però, oggi l’Italia non è il luogo ideale per organizzare uno spionaggio di massa. C’è un’evidente sproporzione tra le misure di sorveglianza praticabili nel nostro Paese e gli smisurati poteri di controllo concessi ai servizi segreti nei regimi autoritari, ma anche in democrazie come Stati Uniti e Gran Bretagna, dove le agenzie di spionaggio usano da anni tecnologie di straordinaria pervasività. Nulla è cambiato da quando il tecnico statunitense Edward Snowden, una decina di anni fa, rivelò che l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) era attrezzata a ricevere in automatico le enormi masse di dati raccolte dai colossi tecnologici americani in tutto il mondo.
In Italia invece, dopo tanti scandali, i servizi segreti non possono eseguire intercettazioni alla cieca: gli ascolti sono limitati e vanno autorizzati volta per volta. La legge impone un doppio controllo: serve il via libera del governo, oggi affidato al sottosegretario Alfredo Mantovano, e la contro-verifica del procuratore generale di Roma o delle altre corti d’appello. Le intercettazioni giudiziarie sono ancora più controllate e regolate: preoccupano solo il nostro ministro della Giustizia, che invece si disinteressa del problema mondiale dello spionaggio di massa.
Nell’Italia di oggi l’abuso dei servizi come fabbriche di dossier è frenata anche da un altro caposaldo della riforma del 2007: la creazione di un unico archivio centralizzato, affidato al Dis, con divieto di creare depositi fuori controllo. Benedetta Tobagi, che a questi temi ha dedicato il libro “Segreti e lacune”, precisa però che «a stabilire come funziona questo archivio dei servizi sono regolamenti, contenuti in decreti governativi, che vengono tenuti segreti: il testo nella Gazzetta ufficiale è coperto da omissis». «Abbiamo un problema di accesso, trasparenza e controllo sulla documentazione dei servizi», aggiunge Ilaria Moroni, direttrice dell’archivio Flamigni: «Le direttive di Prodi nel 2008, Renzi nel 2014 e Draghi nel 2021 hanno declassificato gli atti, ma non essendo pubblici i regolamenti, non sappiamo cosa viene versato nell’archivio centrale dello Stato e cos’altro invece rimane al Dis: la gestione dei documenti dei servizi continua dunque a essere discrezionale».
Anche il Copasir, il comitato parlamentare di controllo, può interrogare i responsabili delle agenzie, ma non ha accesso agli archivi: niente verifiche a sorpresa sui documenti, dei servizi bisogna fidarsi.
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