In Serbia la repressione aumenta, con l’assist di Trump: raid della polizia nelle sedi di ong finanziate da USAID

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Bruxelles – Travolto dal più grande movimento di protesta dai tempi del crollo regime diSlobodan Milošević, in Serbia il presidente autoritario Aleksandar Vučić mostra i muscoli contro la società civile. E lo fa approfittando dell’ordine esecutivo con cui Donald Trump ha congelato i fondi americani destinati agli aiuti all’estero: ieri (25 febbraio) la polizia serba ha fatto irruzione nelle sedi di quattro Ong che ricevevano fondi da USAID e sospettate di uso improprio di fondi e riciclaggio di denaro.

Le quattro organizzazioni prese di mira dall’indagine avviata dal Dipartimento Speciale della Procura della Repubblica sono il Center for Research, Transparency and Accountability, Civic Initiatives, Center for Practical Politics e Trag Foundation. Tutte e quattro si occupano da anni di diritti umani e civili, stato di diritto, elezioni democratiche, e via dicendo.

L’Ufficio del Procuratore Generale di Belgrado ha confermato l’apertura del caso e di aver contattato il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti per fornire le informazioni necessarie in merito ai “sospetti che i massimi funzionari del governo statunitense hanno precedentemente espresso in merito all’uso improprio di fondi, al possibile riciclaggio di denaro e all’uso improprio dei fondi dei contribuenti statunitensi in Serbia”.

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Nel comunicato diffuso dalla Procura, si citano “il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il segretario di Stato americano Marco Rubio, il segretario stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt, nonché il Dipartimento per l’efficienza del governo guidato da Elon Musk e anche il direttore dell’FBI Kash Patel”, tra coloro che “hanno espresso sospetti sul lavoro di USAID”.

Aleksandar Vučić (credits: Angela Weiss / Afp)

Ma le ong hanno accusato lo Stato di “attaccare i diritti civili fondamentali e di continuare a esercitare pressioni illegali sulla società civile in Serbia”. Vučić avrebbe colto l’occasione per intensificare la repressione: l’avvio dell’indagine segue infatti settimane di dichiarazioni pubbliche da parte di esponenti del governo, e dello stesso presidente, che alludevano al finanziamento delle proteste studentesche da parte dell’agenzia statunitense. Dall’inizio delle proteste scoppiate per un incidente alla stazione di Novi Sad in cui sono morte 15 persone, Vučić ha più volte lanciato generiche accuse di ingerenze straniere per sobillare i manifestanti.

Civic Initiatives ha rilasciato una dichiarazione in cui conferma che nella mattina di martedì una ventina di agenti della polizia sono entrati nei loro uffici senza mostrare alcun mandato di perquisizione. Allo stesso tempo le forze dell’ordine hanno fatto irruzione anche nella sede del think-tank Center for Practical Politics, che si trova nello stesso edificio, nonostante quest’ultima non abbia alcun progetto finanziato da USAID. Il direttore del think-tank, Dragan Popović, si è sfogato con un post su X, in cui ha definito la perquisizione “una dimostrazione insensata dei muscoli del regime autoritario”.

Popović si è detto preoccupato per il fatto che “l’azione di Trump contro l’USAID venga utilizzata per minacciare il lavoro della società civile in Serbia”. Timore condiviso oltreoceano da Amnesty International Usa, secondo cui il raid della polizia contro le ong in Serbia “è un esempio orribile” di come “le accuse di Trump e Musk contro USAID senza prove documentate o un giusto processo hanno minacciato i partner che si occupano di diritti umani in tutto il mondo”. La Serbia non è l’unico Paese ad aver lanciato campagne contro le ong dopo le accuse di Trump sull’operato di USAID. Il primo ministro slovacco Robert Fico ha affermato che nel suo paese i fondi “sono stati usati senza dubbio per fini politici, con l’obiettivo di favorire alcuni partiti”, e ha promesso indagini più approfondite.

proteste Serbia
Le proteste oceaniche in Serbia contro il presidente Aleksandar Vučić (foto: Tadija Anastasijevic/Afp)

A distanza di oltre un giorno, non è arrivato alcun commento dai vertici delle istituzioni europee. Né dall’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, né dalla commissaria per l’Allargamento, la slovena Marta Kos. Eppure Belgrado è in corsa per l’adesione all’Unione europea e come tale dovrebbe garantire un determinati standard di rispetto dello stato di diritto. Scegliendo il silenzio, di fatto l’Ue sostiene il regime di Vučić ai danni delle aspirazioni democratiche del movimento di protesta che guidato dagli studenti. Sacrificati sull’altare della stabilità: l’Ue non vuole isolare la Serbia, paese già pericolosamente nell’orbita di Mosca e capace di destabilizzare tutta la regione.



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