«Che le autorità ci aiutino a diffondere le nostre opere cinematografiche. Che comprendano che è il cinema a illuminare la Nigeria o il Ghana. Ed è possibile in Mali. Abbiamo giovani cineasti che ne sono pienamente capaci. Non basta fare del cinema, bisogna che i film siano visibili. Che le autorità ci sostengano con la costruzione di sale. È l’appello che lancio loro prima della mia morte, se Dio lo vuole». Queste accorate parole – che di lì a poco sarebbero diventate le sue ultime – Souleymane Cissé le aveva pronunciate la mattina di due giorni fa durante una conferenza stampa a Bamako. Da domani avrebbe dovuto presiedere la giuria dei lungometraggi di finzione a Ouagadougou in occasione della ventinovesima edizione del Fespaco. Cissè invece è morto qualche ora dopo quel suo intervento pubblico in una clinica della capitale del Mali. Aveva 84 anni e con lui se ne va un altro pezzo di storia del cinema africano, una delle voci più potenti e poetiche del continente, un narratore della condizione femminile, della lotta di classe, dello scontro fra generazioni e culture in atto nel suo Paese e oltre i suoi confini – percorso creativo che lo porterà a realizzare il suo capolavoro Waati (1995), viaggio dal Sudafrica dell’apartheid al Sahel segnato dalla siccità per tornare infine, con la sua magnifica protagonista Nandi, che da adolescente diventa adulta, nel Sudafrica del dopo regime razzista e della difficile riconciliazione.
MA ANDIAMO con ordine nel ripercorrere una filmografia e una vita nel nome del cinema. Cissé – nato a Bamako il 21 aprile 1940 – ha sempre avuto chiara la sua visione: «Filmare è diventato il mio modo di respirare o di vivere. La macchina da presa è il solo strumento che dà sollievo alle mie rivolte interne ed esterne contro gli eccessi della vita. Mi piace filmare, ed è in questo momento che vivo delle cose. La mia immaginazione mi induce ad andare incontro all’ignoto, all’altro…». Un moto in avanti che comincia a prendere forma negli anni Sessanta quando Cissé frequenta la scuola di cinema Vgik di Mosca, dove si diploma, e lavora al Servizio Cinematografico del Ministero dell’Informazione del Mali realizzando documentari e reportages sulle arti magiche in medicina, su feste e rituali, sull’attraversamento annuale del fiume Niger di mandrie di bufali, su un raduno di pescatori…
Si tratta di brevi testi che fanno da preludio al mediometraggio Cinq jours d’une vie (1971), girato in bianconero e in 16mm, ritratto di un giovane che trascorre le giornate in strada, senza meta, commettendo furti. Problematiche sociali, che esploderanno nei futuri lungometraggi, affiorano fin da subito all’interno di un cinema che non smetterà mai di essere militante. Per Cissé – che nel 1962 rimase sconvolto dalle immagini dell’arresto di Patrice Lumumba, uno dei fatti rievocati nel magnifico documentario del 1991 di Rithy Panh Souleymane Cissé cinéaste de notre temps – fare film, posare lo sguardo sulla società, è questione primaria, necessità assoluta di testimonianza. Cinema dell’urgenza, quello di Cissé, che si origina dalla luce, dal vento, dall’acqua, dal fuoco, dai corpi che ingaggiano una lotta con altri corpi e con gli spazi nei quali agiscono. Cinema essenziale e monumentale, già evidente nei titoli dei film. Una parola precisa per ogni opera al fine di sintetizzare un soggetto, un elemento, sempre qualcosa di concreto da rendere protagonista.
ECCO PRENDERE luce Den Muso (La ragazza, 1975), suo esordio nel lungometraggio, dramma, e melodramma raggelato, con al centro la giovane muta Ténin, figlia di un industriale e innamorata dell’operaio Sekou; Baara (Il lavoro, 1977), testo collocato nel cuore della classe operaia, di duro e stordente realismo, fatto di lunghe sequenze spezzate e ricomposte, di più storie che si intrecciano; Finyé (Il vento, 1982), due adolescenti in rivolta che si incontrano in una grande città africana, ulteriore riflessione sul potere scandita con i ritmi cangianti del vento; Yeelen (La luce, 1987, premio della giuria al festival di Cannes), che dà visibilità internazionale a Cissé, film dalla lavorazione faticosa, più volte interrotta da incidenti, tempeste di sabbia, minacce, e dalla morte dell’attore principale Ismael Sarr, western nella sfida a distanza tra un padre e un figlio.
Il cinema di Cissé si fa sempre più libero e morbido. Si arriva a Waati e, dopo un lungo silenzio, agli ultimi suoi lavori: la saga familiare Min Ye (2009), l’unico suo film poco convincente; il documentario O Sembene! (2013), dedicato al pioniere del cinema africano; il commovente «film di famiglia» O Ka (2015), ultimo atto della filmografia di un autore immenso che nel 2023 ricevette la Carrosse d’Or alla Quinzaine des cinéastes di Cannes. Premio che un anno dopo gli fu rubato nella sua casa di Bamako.
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