di Erika Noschese
Poche idee, molto poco chiare, il Governo fa fatica e i fondi risultano sfruttati male, con il serio rischio di tornare indietro a causa del mancato raggiungimento dei risultati relativi al cronoprogramma del Pnrr. Sembra una situazione catastrofica, e in parte lo è, poiché parliamo di sanità pubblica, di servizi essenziali, di diritto alla salute: argomenti che, trattati male, comportano disagi di sempre maggiore rilevanza ai cittadini. Case di comunità non realizzate, potenziale rivoluzione del sistema di gestione dei medici di medicina generale e mancanza di personale medico e paramedico sono solo alcuni dei punti rilevanti di un problema, quello della sanità, ben più grande. A confermarlo anche Carlo Lopopolo, segretario provinciale della Fials Salerno. Si attendono le case di comunità per dare respiro al sistema sanitario regionale. «Le case di comunità, a parte quella di Roccadaspide, non registrano alcun avanzamento dei lavori. Infatti, le case di comunità, ad oggi, non sono funzionali né attivate. Strategicamente, si tratta di una soluzione che va a compensare l’atto aziendale, considerato che ci sono altre strutture che hanno la necessità di essere ristrutturate, ma il piano previsto per l’utilizzo dei fondi Pnrr prevede che l’avanzamento dei lavori sia visibile. Il Pnrr ha scadenze improvvise, c’erano ispettori che dovevano controllare l’avanzamento dei lavori, ma anche questo controllo è stato fatto parzialmente». Saranno davvero una soluzione, quando attivate? «Le case di comunità, così come le Cot, funzionano quando c’è realmente comunicazione tra servizio territoriale e ospedali. Non essendoci questo collegamento tra ospedali e strutture territoriali, viene meno tutta l’essenza del Pnrr. Manca proprio la base, fondamentalmente: oltre a esserci una carenza dei medici di base, c’è proprio difficoltà dagli ospedali a raggiungere il territorio, in particolare nelle aree più interne». I fondi, insomma, non dovevano essere utilizzati così, secondo lei. «L’utilizzo dei fondi del Pnrr è stato abbastanza spuntato. C’è stata una continua corsa nel voler fare certe azioni, perché senza avanzamento di lavori i soldi si perdono. Le Cot funzionano, ad esempio, ma nonostante il personale sia stato reclutato dalle Asl, su 5 unità per ogni singola Cot ci sono 2–3 operatori, nonostante ci sia personale già assegnato. Bisognava aprire un tot di case di comunità, ma ne è stata aperta solo una. Le botteghe non funzionano: si narra di aperture ma sono solo funzionali alla campagna elettorale, per le classiche foto di rito dove ci fanno vedere tanti servizi aperti ma solo su carta, poi praticamente non funziona nulla. Bisogna solo arricchire alcuni sindaci di alcune zone, ma nulla funziona realmente». Cosa manca e cosa serve, realisticamente? «Penso che realmente manchino i medici, in generale. Andare a prendere i pochi medici di medicina generale presenti sul territorio e portarli da un’altra parte, o incrementare ancora il loro lavoro, non fa altro che spezzettare attività pratica che fanno giornalmente. Oltre all’ordinario ci aggiungiamo altra parte di ordinario, andando quindi a creare i presupposti per fare male la parte nuova del nuovo ordinario peggiorando, nel frattempo, ciò che già fanno nella loro vita pratica, visto che fanno assistenza giornaliera. Sovraccarichiamo, non solo lavorativamente, un’utenza che non merita questo trattamento. Si tratta di riempire determinati buchi quando la coperta è sempre quella. Non è sanità, questa. Tutto per far vedere che abbiamo utilizzato i fondi del Pnrr?». Quale sarebbe la ricetta giusta, per lei? «Così come se ne sta discutendo oggi, andremmo a toccare chi già lavora, con un tot di pazienti e utenza. Quello che si dovrebbe fare: dovrebbe esserci una normativa per i pazienti delle case di comunità, visto che anche all’interno di queste strutture i medici prenderebbero in carico nuovi pazienti per un determinato periodo di tempo. Si dovrebbe ampliare la normativa e incentivare questi medici che gestirebbero, poi, questo numero abbastanza importante di utenza. Incrementare questo e tutto ciò che c’è sul territorio, dal semplice medico di base alle guardie mediche, per favorire una distribuzione equa del lavoro, sarebbe un ottimo inizio». Eppure oggi si parla di potenziale diminuzione degli orari, per la medicina generale. «Diminuendo l’orario di visita del medico nel suo orario di ufficio, creeremmo un sistema in cui i pazienti, già poco seguiti a causa del monte ore ridotto, per qualsiasi malanno andranno in ospedale. Il nostro obiettivo è proprio il contrario: evitare che vadano in ospedale. Andiamo ancora a peggiorare, così, soprattutto a discapito degli anziani che non avranno più un reale riferimento di un medico di fiducia». Per aumentare i numeri occorre anche eliminare il numero chiuso per la facoltà di medicina. «Questa è la strada giusta: incrementare i numeri e togliere il numero chiuso, che potrebbe portare ulteriormente a un aumento del personale, che non vedremmo adesso ma tra 4-5 anni, visto che bisognerà dare il tempo alle persone di fare tutto il percorso di studi. Nel frattempo, però, dobbiamo far sì che possa risultare attrattiva la figura del medico di medicina generale: specialmente nel salernitano, c’è costante fuga di questi medici che hanno giustamente ambizioni diverse, e le loro ambizioni, lo vediamo anche al “Ruggi” quotidianamente, sono fuori dal proprio territorio. Dobbiamo riportarle nel nostro territorio, e possiamo farlo solo con grandi investimenti economici. Va bene la pacca sulla spalla, ma devi anche prevedere una spesa economica di un certo livello, con incentivi gratificanti. Altrimenti non c’è proprio possibilità di scelta. Già l’area del napoletano è molto più attrattiva rispetto al sistema pubblico salernitano. Il privato, poi, ancora di più». A Salerno è vera emergenza, quindi? «Basti pensare che per i medici hanno fatto i concorsi ma non si presenta quasi nessuno. Sia al “Ruggi” sia all’Asl Salerno. Questo perché attualmente non è prevista, per questi concorsi, la possibilità di esercitare anche la libera professione: non appena gli si darà un po’ di spazio anche per la libera professione, ci si ritroverà con feedback diversi».
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