Che cos’è un giorno? Per gli oltre otto miliardi di abitanti del nostro pianeta consiste in un periodo di ventiquattro ore, scandito dal sorgere del Sole e dal movimento della Terra attorno al suo asse. Più in particolare, però, un giorno può avere molti significati: per qualcuno può essere l’inizio, per altri la fine di tutto; per una piccola percentuale di persone può segnare una data speciale, per le altre essere un’ennesima X da apporre sopra il calendario, una giornata come tante, da gettare dietro di sé e dimenticare.
Per quanto riguarda i sei astronauti protagonisti di Orbital (NN editore, traduzione di Gioia Guerzoni), il tempo terrestre è solo uno sbiadito ricordo, rinvigorito dall’orologio che tengono al polso, sincronizzato sul Tempo Coordinato Universale.
“Sentono lo spazio che cerca di liberarli dalla nozione di giorno, che dice: cos’è un giorno? Loro insistono che sono ventiquattro ore e il personale di terra continua a ripeterglielo, ma lo spazio prende le loro ventiquattro ore e in cambio gli offre sedici giorni e notti”.
Vincitrice del Booker Prize 2024, la scrittrice britannica Samantha Harvey ha spesso trattato il concetto di tempo e memoria in modo non convenzionale: nel suo esordio, The Wilderness (2009), ha raccontato la storia di Jake, sessantenne alle prese con frammenti di ricordi sempre più labili a causa del progredire della malattia di Alzheimer; nel suo ultimo romanzo, invece, Vento dell’ovest (Neri Pozza, 2020, traduzione di Massimo Ortelio) ambientato nell’Inghilterra del XV secolo, Harvey ha capovolto la struttura canonica del romanzo investigativo, riavvolgendo il tempo su sé stesso e ripercorrendo a ritroso gli eventi dell’indagine.
Intervistata da Paolo Giordano su La Lettura, la scrittrice ha raccontato come, anche in quest’ultimo libro, abbia voluto “raccontare l’esperienza soggettiva del tempo, e che mezzo strano sia”. “Solo quando ho capito che avrei dovuto incorporare la distorsione del tempo nel romanzo stesso”, ha spiegato l’autrice, “il progetto ha iniziato a chiarirsi”.
In Orbital Harvey descrive un giorno qualunque della vita dei suoi personaggi, astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. La loro vita è ritmata da attività ben precise: il loro compito è quello di condurre esperimenti, fare ricerche e analisi, monitorare luoghi d’interesse, senza dimenticare di allenare il loro corpo, messo a dura prova dall’assenza di peso.
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Pietro, Anton, Roman, Chie, Shaun e Nell sono assieme in orbita attorno alla Terra da quasi tre mesi: sono quattromilatrecentoventi albe e quattromilatrecentoventi tramonti, per alcuni di loro addirittura il doppio.
Conosciamo poco di questi personaggi: la nazionalità (italiana, russa, giapponese, americana, inglese) e piccoli brandelli della loro “vita terrena” – un lutto recente, il messaggio di un partner, la voce di un figlio o di una figlia, il ricordo di una luna di miele, una crisi matrimoniale. Ma sono solo visioni fugaci, mutevoli e lontane come il paesaggio terrestre che scorre rapidamente sotto i loro occhi.
La giornata dei sei astronauti – fatta di continui passaggi tra luce e ombra, giorno e notte – è frammentata come i loro stessi pensieri, che si alternano senza interruzioni sulla pagina, sfumando i confini tra le loro menti. Non solo i loro sogni, le loro emozioni e le loro speranze: nell’angusto spazio dell’astronave i sei astronauti sembrano condividere persino lo stesso corpo e la stessa psiche, divenendo così parte di un organismo più grande.
Pietro è la mente, Anton il cuore, Roman le mani, Chie la coscienza, Shaun l’anima e Nell il respiro.
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Ognuno di loro guarda la Terra come farebbe un innamorato, perdendosi in ogni dettaglio, senza stancarsi mai di tornare a osservarlo, ancora e ancora. Samantha Harvey dissemina il romanzo di lunghe descrizioni del paesaggio terrestre e della sua geografia: continenti, montagne, deserti, isole, mari e oceani, tratteggiati con prosa evocativa e appassionata. Sono territori dove la presenza umana sembra svanire completamente. Soltanto con il buio l’essere umano torna a mostrarsi, in una miriade di puntini luminosi che si intrecciano, formando città, strade, metropoli.
Possiamo dire, consapevoli dell’elementarità di questa metafora, che è proprio la Terra a essere protagonista di Orbital, ma a lasciare davvero il segno è il punto di vista con cui La guardiamo.
C’è un fenomeno che spiega la sensazione provata da un astronauta davanti alla visione della Terra: si chiama overview effect, in italiano conosciuto come “effetto della veduta d’insieme” – consiste nel cambiamento cognitivo generato dall’osservazione in prima persona del pianeta, uno stato di stupore travolgente.
Osservando la Terra dall’alto, in silenzio, gli astronauti si accorgono di molte cose. Possono vedere i confini tra le nazioni affievolirsi fino a scomparire, individuare i segni indelebili del passaggio dell’uomo e dei cambiamenti climatici. Possono seguire il corso di un super-tifone nella sua inesorabile avanzata di distruzione e morte.
I sei astronauti riflettono sulla sete di conoscenza dell’uomo e sul rischio che essa si trasformi in arroganza, ingratitudine, disprezzo. Capiscono di essere solo un puntino in uno spazio infinito e in continua espansione.
E guardando il mondo da lontano, con tutte le sue contraddizioni e ingiustizie, sentono nascere la volontà di proteggerlo, di fare ritorno a casa; ma allo stesso tempo desiderano poter restare ancora un po’ a osservarlo – forse, per non dimenticare.
Nel frattempo, su quella Terra lontana, il brusio degli esseri umani prosegue inalterato. La vita di ogni puntino continua, ognuna seguendo il suo particolare percorso. Il sole tramonta e sorge: un altro giorno comincia.
“Una persona non è bella perché è buona, è bella perché è viva, come un bambino. Viva e curiosa e inquieta. Non importa se è buona. Le persone sono belle perché hanno quella luce negli occhi. Certo, a volte sono distruttive, egoiste, a volte ti feriscono, ma rimangono belle perché sono vive”.
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