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La soluzione

Qualora l’imputato, nella vigenza della normativa antecedente il D.Lgs. n. 150/2022, elegga domicilio presso il difensore d’ufficio e quest’ultimo non accetti la elezione, la notificazione dell’atto di citazione va effettuata nelle forme previste dall’art. 157 ed eventualmente dall’art. 159 c.p.p., e non mediante consegna di copia al medesimo difensore a norma dell’art. 161, comma 4, c.p.p.

Il provvedimento con cui il giudice del dibattimento dichiari la nullità dell’atto di citazione a giudizio per vizi relativi alla sua notificazione e disponga la trasmissione degli atti al pubblico ministero è abnorme, perché avulso dal sistema processuale.

Non è abnorme il provvedimento con il quale il giudice di pace, ritenuta la nullità della notificazione della citazione a giudizio nelle forme della presentazione immediata a norma dell’art. 20-bisD.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274, disponga la trasmissione degli atti al pubblico ministero per la rinnovazione della notificazione stessa.

I precedenti

Cass. pen., Sez. Un., 26/7/2022, n. 28807

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Nel caso di nullità della notificazione del decreto di citazione o di inosservanza del termine stabilito dall’art. 552, c. 3, c.p.p., il giudice del dibattimento deve provvedere egli stesso a rinnovare la notifica, e non può disporre la restituzione degli atti al pubblico ministero con un provvedimento che, determinando una indebita regressione del processo, si configurerebbe come abnorme.

Cass. pen., Sez. Un., 22/6/2009, n. 25975

Non è abnorme il provvedimento con cui il giudice del dibattimento – rilevata l’invalidità della notifica dell’avviso di conclusione delle indagini di cui all’art. 415-bis c.p.p., in realtà ritualmente eseguita – dichiari erroneamente la nullità del decreto di citazione a giudizio, disponendo la trasmissione degli atti al PM, trattandosi di provvedimento che, lungi dall’essere avulso dal sistema, costituisce espressione dei poteri riconosciuti al giudice dall’ordinamento e che non determina la stasi del procedimento, potendo il PM disporre la rinnovazione della notificazione del predetto avviso.

Cass pen., Sez. II, 17/3/2020, n. 10358

In tema di elezione di domicilio effettuata dall’imputato presso il difensore d’ufficio, qualora quest’ultimo non accetti la veste di domiciliatario, come consentito dal comma 4-bis dell’art. 162 c.p.p., introdotto della L. 23 giugno 2017, n. 103, e l’imputato non provveda ad effettuare una nuova e diversa elezione di domicilio, si deve procedere comunque mediante notifica allo stesso difensore ai sensi dell’art. 161, c. 4, c.p.p., diversamente determinandosi una situazione di stallo non superabile.

Cass. pen., Sez. II, 25/6/2019, n. 27935

In tema di elezione di domicilio effettuata dall’imputato presso il difensore d’ufficio, qualora quest’ultimo non accetti la veste di domiciliatario, come consentito dal comma 4-bis dell’art. 162 c.p.p., introdotto della L. 23 giugno 2017, n. 103, e l’imputato non provveda ad effettuare una nuova e diversa elezione di domicilio, si deve procedere comunque mediante notifica allo stesso difensore ai sensi dell’art. 161, c. 4, c.p.p., diversamente determinandosi una situazione di stallo non superabile.

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Cass. pen., Sez. V, 5/9/2022, n. 32586

Le notifiche ex art. 161, c. 4, c.p.p. al difensore d’ufficio dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari e del decreto di citazione diretta a giudizio dell’imputato che, in fase di indagini preliminari, abbia eletto domicilio presso tale difensore d’ufficio sono affette da nullità assoluta ove quest’ultimo abbia rifiutato la domiciliazione ai sensi dell’art. 162, c. 4-bis, c.p.p., in quanto, benché non omesse, ma solo effettuate in forma diversa da quella prescritta, sono radicalmente inidonee ad assicurare la reale ed effettiva conoscenza del processo all’imputato.

Cass. pen., Sez. I, 4/5/2021, n. 17096

In tema di elezione di domicilio effettuata dall’imputato presso il difensore d’ufficio, qualora quest’ultimo non accetti la veste di domiciliatario, come consentito dal comma 4-bis dell’art. 162 c.p.p., introdotto della L. 23 giugno 2017, n. 103, e l’imputato non provveda ad effettuare una nuova e diversa elezione di domicilio, deve procedersi alla notificazione ai sensi degli artt. 157 ed eventualmente 159 c.p.p., in quanto, se si effettuasse la notificazione allo stesso difensore ai sensi dell’art. 161, c. 4, c.p.p., ne risulterebbe frustrata la specifica finalità del comma 4-bis dell’art. 162 cit. di rendere reale ed effettiva la conoscenza del processo da parti di chi si trovi sottoposto a procedimento penale ed assistito da un difensore d’ufficio.

Il caso e la questione di diritto

Con ordinanza del 23 maggio 2022 il Giudice di pace di Livorno aveva dichiarato la nullità del decreto di presentazione a giudizio degli imputati (chiamati a rispondere del reato di cui all’art. 14, comma 5-ter, 5-quater, D.Lgs. n. 286/1988) perché, nei confronti dell’uno, la notificazione era stata notificata presso il difensore di ufficio nonostante questi, interpellato ai sensi dell’art. 162, comma 4-bis, c.p.p., introdotto dalla L. n. 103/2017, avesse rifiutato l’indicazione di domiciliatario; nei confronti dell’altro, perché la notificazione era stata effettuata al difensore di ufficio presso il quale l’imputato aveva eletto domicilio ma che non era stato interpellato per il necessario assenso alla domiciliazione ai sensi, sempre, dell’art. 162, comma 4-bis c.p.p. Peraltro, il giudice aveva aggiunto che, in ogni caso, dal verbale di identificazione redatto nei confronti di quest’ultimo imputato risultava un domicilio dichiarato ai fini delle notificazioni.

Il Procuratore della Repubblica di Livorno aveva proposto ricorso per cassazione denunciando l’abnormità dell’ordinanza impugnata che aveva indebitamente comportato la regressione del procedimento alla fase anteriore all’esercizio dell’azione penale deducendo, quanto al primo imputato, che quando il difensore non presti l’assenso alla domiciliazione, le notifiche degli atti sono validamente effettuate con consegna di copia allo stesso difensore, secondo lo schema procedimentale dell’art. 161, comma 4, c.p.p.; quanto al secondo imputato, che, dalla lettura del verbale di identificazione, nomina del difensore ed elezione di domicilio emergeva che il difensore di ufficio eletto domiciliatario, a tal fine interpellato, aveva prestato il consenso alla domiciliazione, con la conseguenza che la notifica era stata correttamente eseguita presso di lui, a nulla rilevando che vi fosse anche una dichiarazione di domicilio da parte dell’imputato e che il difensore soltanto all’udienza avesse rappresentato, contrariamente a quanto risultante dagli atti, di non essere stato interpellato ai fini della domiciliazione.

Investita del ricorso, la Prima Sezione penale della Corte di cassazione ha rilevato l’esistenza di contrasti giurisprudenziali sulle questioni dedotte e con ordinanza del 31 gennaio 2023 aveva rimesso gli atti alle Sezioni Unite.

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La giurisprudenza precedente

Quanto alle modalità di notificazione dell’atto introduttivo del giudizio nel caso in cui l’imputato abbia eletto domicilio presso il difensore di ufficio che non abbia prestato assenso alla domiciliazione e l’imputato non abbia provveduto a nuove e diverse elezioni di domicilio, secondo un primo orientamento l’atto va comunque notificato al medesimo difensore in forza del disposto dell’art. 161, comma 4, c.p.p., onde evitare che si determini una situazione di stallo non altrimenti superabile. Secondo questo orientamento, il rifiuto del difensore domiciliatario determina l’inidoneità del domicilio eletto e quindi determina la condizione per procedere alla notificazione mediante consegna di copia a mani dello stesso.

Un secondo orientamento obietta che questa soluzione rende di fatto inoperante la disposizione dell’art. 162, comma 4-bis, c.p.p. eludendone la finalità, sicché, se il difensore non accetta la domiciliazione e l’imputato non provvede ad una nuova e diversa elezione di domicilio, si deve procedere mediante notifica secondo le disposizioni degli artt. 157 e 159 c.p.p. Il mancato assenso del difensore presso il quale è stato eletto domicilio è causa, secondo questo diverso orientamento, dell’inefficacia della elezione, della sua radicale insussistenza e non già della inidoneità o della insufficienza della indicazione del domicilio.

In tal modo, la disposizione dell’art. 162, comma 4-bis, c.p.p. si inserisce coerentemente in un quadro normativo che rifugge da meccanismi presuntivi di conoscenza legati alla mera regolarità formale del procedimento di notificazione e garantisce, come già affermato da Cass. pen., Sez. Un., 17/8/2020, n. 23948, «che l’assenza al processo dell’imputato sia ascrivibile ad una determinazione di rinuncia volontaria e non alle disfunzioni che possono crearsi nel rapporto professionale con un difensore di ufficio, destinatario di un’elezione di domicilio rifiutata e resa priva di efficaci».

Quanto alla natura abnorme dell’ordinanza di restituzione degli atti al pubblico ministero in ragione della dichiarazione di nullità, per vizi della notificazione, dell’atto di citazione a giudizio, secondo un primo orientamento, assolutamente maggioritario, l’abnormità sussiste a condizione che il vizio della citazione afferisca al procedimento di notificazione, perché solo in tali ipotesi la restituzione degli atti è pronunciata in violazione delle norme del codice di rito che attribuiscono al giudice del dibattimento il potere di rinnovare la citazione e la sua notificazione e rimane estranea al sistema determinando una indebita regressione del procedimento.

Per un secondo orientamento, invece, non è abnorme il provvedimento con cui si disponga la restituzione degli atti al pubblico ministero in ragione della nullità del procedimento di notificazione del decreto di citazione. Secondo questo indirizzo non possono essere qualificati “anomali” i provvedimenti che siano espressione dei poteri riconosciuti al giudice dall’ordinamento e che non determinino la stasi del procedimento dal momento che il pubblico ministero, ricevuti gli atti, può disporre la rinnovazione della notificazione dell’atto irritualmente compiuto o omesso.

Al contrario, se il provvedimento di restituzione degli atti imponesse all’organo di accusa, in adempimento dell’ordine giudiziale, di compiere un atto nullo, se ne dovrebbe predicare l’abnormità. Il regresso per nullità dell’atto introduttivo, alla luce dei moduli procedimentali previsti dagli artt. 20-bis e 20-ter, D.Lgs. n. 274/2000, per il procedimento dinnanzi al giudice di pace, è fisiologico, dal momento che la restituzione degli atti non costringe il pubblico ministero a procedere ad atti nulli e non produce alcuna irreversibile situazione di stallo.

Con decreto del 9 marzo 2023, la Prima Presidente aveva assegnato il ricorso alle Sezioni Unite penali fissando per la trattazione l’udienza del 13 luglio 2023.

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La decisione delle Sezioni Unite

Quantoalla prima questione, le Sezioni Unite aderiscono al secondo orientamento.

Richiamata la giurisprudenza di legittimità che aveva preceduto l’introduzione, nell’ordinamento processuale penale, del comma 4-bis dell’art. 162 c.p.p. (aggiunto dall’art. 1, comma 24, L. n. 103/2017, cd. “Riforma Orlando”), le Sezioni Unite ricordano che tale norma ha risposto all’esigenza di rafforzare la garanzia difensiva dell’effettiva conoscenza della citazione a giudizio in un contesto normativo che già da qualche anno si caratterizzava per l’abolizione del processo contumaciale e la predisposizione di una articolata disciplina del processo nei confronti dell’assente, in forza della L. n. 67/2014.

A fronte di una elaborazione giurisprudenziale che le Sezioni Unite ricordano non univoca nella direzione di una lettura quanto più attenta possibile alle implicazioni sul principio della effettiva conoscenza del processo, il legislatore del 2017 era intervenuto per contenere il rischio che si potesse affievolire, valorizzando unicamente la lettera delle disposizioni sulle condizioni per procedere nei confronti dell’assente, la reale portata del diritto alla partecipazione personale al processo. È stato così previsto che il difensore d’ufficio eletto domiciliatario presti il suo assenso, pena l’inefficacia della elezione di domicilio, dando in tal modo prova della reale possibilità che la domiciliazione, al momento iniziale priva di pregressi rapporti tra imputato e domiciliatario, possa proficuamente strutturarsi. La norma, però, nulla dice sulle conseguenze del mancato assenso del difensore alla domiciliazione; di qui il contrasto giurisprudenziale.

Secondo le Sezioni Unite l’elezione di domicilio rimane priva di effetto in mancanza della ricezione, da parte dell’autorità giudiziaria procedente, unitamente alla dichiarazione di elezione, dell’assenso del difensore d’ufficio indicato come domiciliatario. Non si tratta, affermano, di una cessazione di effetti, quindi di una caducazione di efficacia prodottasi al momento della dichiarazione di elezione secondo il modulo del negozio giuridico processuale unilaterale non ricettizio. L’elezione di domicilio presso il difensore d’ufficio non può essere assimilata alla generale categoria della elezione del domicilio che, secondo una risalente ricostruzione interpretativa, è un negozio giuridico processuale unilaterale, per la cui validità non è richiesta l’accettazione espressa da parte del domiciliatario, benché condizione necessaria, anche se implicita, della sua efficacia sia la sussistenza di un rapporto fiduciario fra questi ed il dichiarante.

Ed infatti il comma 4-bis dell’art. 162 c.p.p. nega effetti alla dichiarazione di elezione se non accompagnata dall’assenso del difensore domiciliatario e dalla comunicazione di tale assenso all’autorità giudiziaria. La produzione di effetti, per espressa previsione normativa, è collegata non già alla sola dichiarazione di elezione, ma ad una fattispecie più ampia e complessa di cui fanno parte anche l’atto di assenso del difensore indicato e il fatto della comunicazione dell’assenso all’autorità procedente.

Si tratta, dunque, di una situazione processuale non assimilabile a quelle che l’art. 161 c.p.p. individua come presupposti per la notificazione mediante consegna di copia al difensore, ossia la insufficienza, la inidoneità o la mancanza della dichiarazione o della elezione di domicilio, o, ancora e in modo ancor più evidente, la mancanza della comunicazione del mutamento del domicilio dichiarato o eletto. Insufficienza o inidoneità, affermano le Sezioni Unite, sono predicati del contenuto della dichiarazione o della elezione, atti di per sé produttivi di effetti. Per il caso in cui la incompletezza di una dichiarazione – che non necessita di altro per la sua conformità alla previsione di legge come atto produttivo di effetti – impedisca l’utile notificazione, il sistema stabilisce il rimedio della consegna di copia al difensore, sia di fiducia che di ufficio. Lo stesso rimedio è predisposto nel caso in cui una dichiarazione o elezione di domicilio manchino e la mancanza sia ricollegabile, sottolineano le Sezioni Unite, ad un comportamento dell’interessato di rifiuto espresso o tacito di indicare un domicilio, come si deve ritenere ponendo la necessaria attenzione a quanto disposto dall’art. 161, comma 1, c.p.p. in tema di avvisi da dare al sottoposto ad indagine e all’imputato, ove l’avvertimento che la notifica avverrà con consegna di copia al difensore si collega non già alla mancanza tout court di una pregressa dichiarazione o elezione quanto invece al rifiuto di dichiarare o eleggere domicilio, oltre che all’omessa comunicazione di ogni mutamento del domicilio (e anche alla inidoneità, originaria o sopravvenuta, del domicilio).

Per questa ragione, annotano le Sezioni Unite, non possono ricondursi alla mancanza di elezione a cui fa riferimento l’art. 161, comma 4, c.p.p., nella formulazione previgente alle modifiche introdotte dalla Riforma Cartabia, l’ipotesi di una elezione di domicilio non seguita dall’assenso del difensore di ufficio domiciliatario e, più in generale, le ipotesi in cui la mancanza non sia caratterizzata dall’esistenza di un pregresso invito o sia giustificata da una assoluta indisponibilità di un domicilio.

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Se pure il mancato completamento della fattispecie normativa per la mancanza di assenso del difensore di ufficio si risolva in una sostanziale mancanza di domicilio, non può trascurarsi che in tal caso – come peraltro ove l’omessa dichiarazione non sia qualificata da un pregresso invito dell’autorità – non si ha alcun comportamento omissivo dell’interessato, interpretabile come rifiuto di assumere un comportamento collaborativo indicando il domicilio per le notificazioni, perché una dichiarazione di elezione vi è stata e la sua inefficacia non è collegabile a omissioni, negligenze o trascuratezze dell’interessato.

La tesi della necessità di provvedere alla notificazione a norma dell’art. 157 c.p.p., sempre che l’indagato non abbia provveduto a una nuova dichiarazione o elezione di domicilio, si inserisce, osservano le Sezioni Unite, in maniera coerente nella nuova disciplina delle notificazioni introdotta dalla Riforma Cartabia. Il nuovo articolo 157-ter c.p.p. prescrive, infatti, che la notificazione all’imputato non detenuto della vocatio in ius sia effettuata al domicilio dichiarato o eletto e che, in mancanza di esso, sia eseguita non già con consegna di copia al difensore, sia esso di fiducia che di ufficio, ma nei luoghi e con le modalità di cui all’art. 157 c.p.p. mediante consegna, appunto, di copia dell’atto all’interessato e, in via subordinata, presso la casa di abitazione o il luogo di esercizio abituale dell’attività lavorativa con consegna di copia, nell’un caso, alla persona convivente ovvero addetta alla casa o al servizio del destinatario o, in mancanza, al portiere o a chi ne fa le veci, e, nell’altro caso, al datore di lavoro o alla persona addetta al servizio del destinatario o ad una persona preposta alla ricezione degli atti o, in mancanza, al portiere o a chi ne fa le veci.

Soltanto nei casi in cui la persona sottoposta alle indagini o l’imputato, regolarmente invitati a dichiarare o eleggere domicilio per la notificazione della citazione a giudizio e avvertiti dell’obbligo di comunicare ogni mutamento del domicilio, da un lato, si rifiutino di dare corso alla dichiarazione o all’elezione e, dall’altro, omettano di comunicare i mutamenti del domicilio, la notificazione della citazione a giudizio può essere effettuata con consegna di copia al difensore, anche se di ufficio.

La nuova formulazione codicistica mette in evidenza quello che già prima era rilevabile, ossia che la mancanza di domicilio va individuata fuori dai casi in cui l’interessato, ritualmente avvisato, o abbia espressamente rifiutato o sia rimasto inerte senza null’altro prospettare in termini di impossibilità di effettuare la dichiarazione o l’elezione – ipotesi corrispondente alla forza maggiore -, concretizzando un rifiuto tacito. La mancanza di domicilio deve essere individuata, oltre che in caso di mancato pregresso invito alla dichiarazione o all’elezione, anche nelle ipotesi di indisponibilità di un domicilio, eventualmente anche per mancato assenso del difensore di ufficio alla domiciliazione, secondo quanto previsto dalla disposizione, mantenuta nel sistema normativo da ultimo modificato, dell’art. 162, comma 4- bis, c.p.p.

Di qui l’affermazione del primo principio di diritto.

Quanto alla dedotta abnormità dell’ordinanza del giudice che, in caso di nullità dell’atto introduttivo del giudizio, restituiscegli atti al pubblico ministero, le Sezioni Unite aderiscono al primo degli orientamenti sopra indicati.

L’attenzione, affermano, va riposta sul provvedimento di restituzione degli atti al pubblico ministero, che ha il suo presupposto nella dichiarazione di nullità del decreto di citazione a giudizio. Orbene, osservano le Sezioni Unite, il dato dirimente è dato dal fatto che quando la nullità rilevata attiene alla notificazione della citazione a giudizio, il provvedimento di restituzione degli atti è adottato in chiaro difetto di potere, per la semplice ragione che l’ordinamento processuale, siccome conferisce al giudice il potere di rinnovazione della notifica, al contempo e per necessità logica non può che privarlo del potere di restituzione degli atti all’organo di accusa.

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Quando è l’attribuzione a mancare difetta il legittimo esercizio della funzione giurisdizionale, con la conseguenza obbligata dall’abnormità del provvedimento.

Il provvedimento di regressione in caso di nullità della notificazione della citazione a giudizio rientranell’area della abnormità strutturale, perché il giudice esercita un potere che non gli è dato, o meglio esercita una attribuzione completamente al di fuori dei casi consentiti, perché il potere, espressamente concessogli, di rinnovare la notificazione implica che il generale potere di disporre la regressione in caso di nullità afferente ad un atto propulsivo non gli è, in tale situazione, riconosciuto.

L’abnormità funzionale sollecita, invece, un’indagine sull’atto che si giustifica solo quando non si sia già in grado di cogliere i caratteri dell’abnormità strutturale per carenza di potere in astratto o anche solo in concreto, quando il potere è esercitato in assenza delle condizioni legislativamente poste.

Quando un provvedimento causa la stasi processuale, se non si è in grado di individuare le specifiche ragioni normative di un difetto di potere, occorre interrogarsi se il sistema accordi altri rimedi perché, ammoniscono le Sezioni Unite, non va mai dimenticato il carattere eccezionale dell’istituto dell’abnormità (che, proprio per questo motivo, resta pur sempre “residuale”). Se altri rimedi sono possibili, ciò significa che l’ordinamento, pur non regolando la modalità espressiva del potere il cui esercizio ha dato luogo alla stasi, non la disconosce, tanto da aver in sé gli strumenti per fronteggiarla.

Quando, invece, non si rinvengono altre vie per porre rimedio all’esercizio di un potere non regolato, neanche implicitamente, dal sistema, perché se il pubblico ministero desse impulso al processo incorrerebbe in un atto nullo, non può che configurarsi l’abnormità di tipo funzionale che, in fondo, è essa stessa rivelatrice di un difetto di potere in capo al giudice che ha emesso l’atto, perché quell’atto, seppure riconducibile in astratto ad una previsione di legge, nella concretezza della singola vicenda si rivela radicalmente incompatibile con la progressione processuale e quindi con la destinazione funzionale che gli è propria.

Non si può negare che, nel caso di restituzione degli atti al pubblico ministero per nullità della notificazione della citazione a giudizio, il regresso è disposto in carenza di potere, perché al giudice spetta il potere di rinnovare la notificazione e gli è tacitamente preclusa la modalità di esercizio della potestà decisoria che alla dichiarazione di nullità fa seguire l’ordine di restituzione degli atti al pubblico ministero e quindi la regressione.

Di qui l’affermazione del secondo principio di diritto.

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Quanto alla abnormità dell’atto impugnato, le Sezioni Unite rilevano che il giudice di pace ha disposto la restituzione degli atti al pubblico ministero dopo aver rilevato una nullità della notificazione non della citazione a giudizio di cui all’art. 20, D.Lgs. n. 274/2000, del tutto assimilabile agli atti di citazione del procedimento dinnanzi al tribunale, bensì della richiesta della polizia giudiziaria all’autorizzazione alla presentazione immediata a giudizio e del conseguente provvedimento del pubblico ministero di autorizzazione, secondo la previsione dell’art. 20-bis dello stesso decreto legislativo, che regola un caso tutt’affatto particolare rispetto alla ordinaria citazione a giudizio.

Ebbene, affermano le Sezioni Unite, l’art. 29, comma 3, D.Lgs. n. 274/2000, dispone che quando si deve rinnovare la convocazione o la citazione a giudizio o le relative notificazioni vi provvede il giudice di pace anche d’ufficio; la norma non menziona affatto l’autorizzazione alla presentazione immediata, ossia l’atto con cui il pubblico ministero introduce un rito con spiccati caratteri di specialità. Non si tratta di una svista; prova ne sia che l’art. 32-bis, D.Lgs n. 274/2000 (che disciplina lo svolgimento del giudizio a presentazione immediata) non richiama, al primo comma, l’art. 29, comma 3, ma solo l’art. 32, D.Lgs. n. 274/2000, il quale, a sua volta, nel disciplinare la fase del dibattimento, non fa riferimento alcuno all’art. 29, comma 3.

Il giudizio a presentazione immediata davanti al giudice di pace, affermano le Sezioni Unite, riproduce il modulo procedimentale del giudizio direttissimo costituendo una modalità alternativa dell’esercizio dell’azione penale; la sua instaurazione si ha soltanto per mezzo della notificazione all’imputato della richiesta della polizia giudiziaria e della autorizzazione del pubblico ministero. Ne consegue, chiosano le Sezioni Unite, che, in caso di nullità della notificazione, il giudice non può dare comunque corso al giudizio esercitando il potere di rinnovare la notificazione della citazione secondo la previsione di cui all’art. 29, comma 3, D.Lgs. n. 274/2000, per cui il provvedimento di restituzione degli atti al pubblico ministero non può dirsi abnorme.Il giudice di pace che, a fronte di un vizio della notificazione della richiesta e dell’autorizzazione alla presentazione immediata, restituisce gli atti al pubblico ministero esercita un potere che gli spetta, quello, cioè, di controllare che sussistano i presupposti per l’instaurazione del giudizio speciale, sicché l’atto di restituzione è emesso debitamente e il regresso causato è un regresso tipico.

Di qui l’affermazione del terzo principio di diritto in applicazione del quale il ricorso del pubblico ministero è stato dichiarato inammissibile (perché proposto avverso ordinanza non impugnabile).

Riferimenti normativi:

Art 161, comma 4, c.p.p.

Art. 157 c.p.p.

Art. 159 c.p.p.

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