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Premessa

Nell’ambito di una riforma che tende ad accrescere il grado di efficienza del procedimento penale era impensabile non intervenire sul sistema delle notifiche con l’obiettivo di limitare le lungaggini che, tradizionalmente, lo caratterizzavano.

In siffatta prospettiva è stato profondamente rivisto il titolo V del libro II del codice di rito, in modo tale da prevedere che – in linea preferenziale e prioritaria – le notifiche vadano eseguite telematicamente e, solo in via residuale, qualora non sia possibile il ricorso a tale modalità, continuino ad utilizzarsi le forme tradizionali.

Al riguardo, il novellato art. 148, comma 1, c.p.p. – salvo che la legge disponga altrimenti – prescrive alle segreterie e alle cancellerie degli uffici giudiziari di effettuare le notificazioni in modalità telematica, «nel rispetto della normativa anche regolamentare concernente la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici, assicurando la identità del mittente e del destinatario, l’integrità del documento trasmesso, nonché la certezza, anche temporale dell’avvenuta trasmissione e ricezione».

La riforma ha cercato di bilanciare il principio della ragionevole durata del processo (sancito dall’art. 111, comma 2, Cost. e dagli artt. 6 e 13 CEDU) con le garanzie di conoscenza dello stesso da parte dell’imputato, anche se, come si dirà a seguire, continueranno ad operare presunzioni legali di conoscenza dell’atto che, di fatto, sacrificano l’effettiva conoscenza dello stesso.

Nel contempo sono mutati anche i protagonisti del sistema delle notifiche, poiché gli ufficiali giudiziari sono andati ad assumere un ruolo di secondaria importanza, mentre il difensore dell’imputato è diventato uno dei principali protagonisti di tale scenario, che avrà il compito di ritrasmettere al proprio assistito le notifiche degli atti, successivi al primo, diversi da quelli introduttivi del giudizio.

Tuttavia, la riforma offre un quadro composito, dal momento che si sovrappongono discipline differenti a seconda della tipologia dell’atto e dei soggetti coinvolti nella notifica.

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Domicilio digitale vs domicilio (telematico) dichiarato

Affinché possa compiersi la notifica in modalità telematica è necessario che il destinatario sia titolare di un indirizzo di posta elettronica certificata o di altro «servizio elettronico di recapito certificato qualificato» (art. 161, comma 1, c.p.p.).

Tralasciando, per il momento, la tipologia dell’atto e la categoria dei destinatari coinvolti, va premesso che la notifica a mezzo PEC può essere effettuata qualora ricorra una delle seguenti condizioni: la prima è che il destinatario sia titolare di un domicilio digitale (risultante da pubblici elenchi o registri), mentre la seconda è che questi – pur non avendo un domicilio digitale – abbia dichiarato all’autorità procedente di voler ricevere le notifiche presso un recapito elettronico certificato (PEC).

Ciò posto, al fine di evitare fraintendimenti, vanno mantenuti ben distinti il concetto di domicilio digitale (risultante da pubblici elenchi o registri) da quello di domicilio dichiarato presso un indirizzo di posta elettronica certificata (non risultante da pubblici elenchi o registri), giacché, a seconda che si ricada nell’una o nell’altra ipotesi, si applicano discipline a tratti differenti (ad esempio, la notifica del primo atto all’imputato non detenuto, ex art. 157 c.p.p., potrà essere effettuata al domicilio digitale risultante da pubblici registri, mentre la notifica dell’atto introduttivo del giudizio non potrà avvenire su tale canale, a meno che l’indagato non abbia dichiarato un domicilio telematico, su una casella PEC).

Il domicilio digitale è «un indirizzo elettronico eletto presso un servizio di posta elettronica certificata o un servizio elettronico di recapito certificato qualificato […] valido ai fini delle comunicazioni elettroniche aventi valore legale» (art. 1, comma 1, lett. n-ter), D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82 (c.d. Codice dell’amministrazione digitale, d’ora in poi CAD).

Il domicilio digitale, per potersi considerare valido ai fini delle notifiche, deve necessariamente essere censito in uno dei registri previsti dall’ordinamento. Ed infatti, la disposizione appena richiamata va letta congiuntamente all’art. 16 D.L. 18 ottobre 2012, n. 179 (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221) e recentemente modificato dalla riforma Cartabia (art. 69 D.Lgs. n. 150/2022).

In particolare, ai sensi dell’art. 16, comma 4, D.L. n. 179/2012, così come recentemente emendato, le notificazioni telematiche da eseguire ai sensi dell’art. 148, comma 1, c.p.p., «sono effettuate esclusivamente per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi o comunque accessibili alle pubbliche amministrazioni, secondo la normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici».

Dal combinato disposto dell’art. 1, comma 1, lett. n-ter, CAD e dell’art. 16, comma 4, D.L. n. 179/2012 si ricava che il domicilio digitale deve essere eletto presso un indirizzo di posta elettrica certificata risultante da pubblici elenchi o registri. Per quanto riguarda i professionisti o le imprese gli indirizzi si rinvengono su INIPEC, mentre, per quanto riguarda i comuni cittadini, l’art. 6-quaterdel CAD, ha previsto l’istituzione del c.d. INAD, ossia di un «pubblico elenco dei domicili digitali delle persone fisiche, dei professionisti e degli altri enti di diritto privato non tenuti all’iscrizione nell’indice di cui all’articolo 6-bis, nel quale sono indicati i domicili eletti ai sensi dell’articolo 3-bis, comma 1-bis». Tuttavia, allo stato attuale, i privati cittadini non sono tenuti ad avere un domicilio digitale presso un recapito telematico certificato.

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Diverso dal domicilio digitale è, invece, il domicilio dichiarato su recapito telematico, per il quale può essere utilizzato un indirizzo PEC non censito in un pubblico elenco o registro.

Ed infatti, la riforma Cartabia ha aggiunto il comma 7-bis all’art. 16 D.L. n. 179/2012, secondo cui «nei procedimenti penali quando l’imputato o le altre parti private dichiarano domicilio presso un indirizzo di posta elettronica certificata non risultante da pubblici elenchi, le comunicazioni e notificazioni a cura della cancelleria o della segreteria si effettuano ai sensi del comma 4», ossia in modalità telematica.

Da quanto finora detto se ne ricava che «l’imputato e le altre parti private possono dichiarare domicilio presso il proprio indirizzo di posta elettronica certificata, pur se non risultante da pubblici elenchi» (v. Relazione su novità normativa; la “riforma Cartabia”, a cura dell’ufficio del massimario e del ruolo della Corte di cassazione, p. 42).

Gli adempimenti preliminari

Al fine di rendere possibile il compimento della notifica in modalità digitale, la riforma impone alcuni adempimenti di carattere preliminare.

Per quanto concerne la posizione dell’indagato/imputato, la dichiarazione di un domicilio telematico è funzionale alla notifica degli atti introduttivi del giudizio.

Al riguardo, il novellato art. 161, comma 1, c.p.p., prevede che il giudice, il pubblico ministero e la polizia giudiziaria, nel primo atto compiuto con l’intervento dell’indagato o dell’imputato non detenuto, devono invitare questi ultimi a dichiarare o ad eleggere domicilio ai fini della notifica degli atti introduttivi del giudizio (avviso di fissazione dell’udienza preliminare; atti di citazione a giudizio di cui agli artt. 450, comma 2, 456, 552 e 601 c.p.p.) e del decreto penale di condanna.

L’elemento di novità si rinviene nel fatto che l’indagato o l’imputato possono dichiarare il proprio domicilio informatico, comunicando un indirizzo di posta elettronica certificata «o altro servizio elettronico di recapito certificato qualificato», in questo modo rendendo possibile la successiva notifica dei predetti atti in modalità telematica.

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Non essendo allo stato obbligatorio per i privati cittadini essere titolari di un indirizzo di posta elettronica certificata, la dichiarazione di un domicilio digitale rimane, quindi, solo una facoltà per l’indagato/imputato, il quale potrà continuare a dichiarare o ad eleggere domicilio in un luogo “fisico” nel quale ricevere le notificazioni degli atti introduttivi del giudizio.

Contestualmente, la persona sottoposta alle indagini o l’imputato sono avvertiti che hanno l’obbligo di comunicare ogni mutamento del domicilio dichiarato o eletto e che in mancanza di tale comunicazione, nonché nel caso in cui il domicilio divenga inidoneo, «le notificazioni degli atti successivi verranno eseguite mediante consegna al difensore, già nominato o che è contestualmente nominato, anche d’ufficio».

Tale avvertimento recepisce il contenuto della disciplina di cui all’art. 157-bisc.p.p. in base al quale, in ogni stato e grado del procedimento, le notifiche, successive alla prima e diverse da quelle contenenti la vocatio in ius o il decreto penale di condanna, sono eseguite mediante consegna al difensore di fiducia o di ufficio.

Una lettura in combinato disposto con il successivo art. 157-ter – che reca una disciplina specifica per le notifiche degli atti introduttivi del giudizio all’imputato non detenuto – porta ad escludere che, in caso di sopravvenuta inidoneità del domicilio telematico dichiarato ai sensi del 161 c.p.p. (come potrebbe accadere nel caso in cui il privato non rinnovi l’abbonamento col gestore del servizio di posta elettronica certificata), la notifica dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, della citazione in giudizio o del decreto penale di condanna possano essere effettuate nei confronti del difensore, giacché in tali casi «la notificazione è eseguita nei luoghi o con le modalità di cui all’art. 157». Ne consegue che dovrà essere consegnata copia dell’atto in forma di documento analogico alla persona, oppure, qualora ciò non sia possibile, «nella casa di abitazione o nel luogo in cui l’imputato esercita abitualmente l’attività lavorativa».

Di fondamentale importanza è l’art. 161, comma 01, c.p.p. – introdotto con la riforma – dal quale si ricava che la polizia giudiziaria, nel primo atto compiuto con l’intervento della persona sottoposta alle indagini, «se è nelle condizioni di indicare le norme di legge che si assumono violate, la data e il luogo del fatto e l’autorità giudiziaria procedente», ne dà comunicazione alla persona sottoposta alle indagini e la avverte che le successive notificazioni – ad esclusione di quelle riguardanti gli atti contenenti la citazione a giudizio o il decreto penale di condanna – saranno effettuate mediante consegna al difensore di fiducia o a quello nominato d’ufficio. Nella stessa occasione – al fine di rendere possibile una interlocuzione tra il difensore e l’assistito anche per le vie brevi – la polizia giudiziaria avverte la persona sottoposta alle indagini che ha l’onere di indicare al difensore ogni recapito nella sua disponibilità (quindi quello telefonico o l’indirizzo mail) e di comunicare eventuali successivi mutamenti. A riprova dell’importanza dell’avviso sopra indicato, l’art. 171, comma 1, lett. e) sancisce la nullità della notifica nei casi in cui non sia stato dato l’avvertimento e, nonostante ciò, sia stata compiuta la notifica mediante consegna dell’atto al difensore.

Analoghi incombenti gravano anche sull’imputato detenuto che deve essere scarcerato per causa diversa dal proscioglimento definitivo (ad esempio per cessazione della custodia cautelare in carcere) e sull’imputato che deve essere dimesso da un istituto per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Tali soggetti, rispettivamente all’atto della scarcerazione o della dimissione, hanno l’obbligo di effettuare la dichiarazione o l’elezione di domicilio con atto ricevuto a verbale dal direttore dell’istituto.

Sempre al fine di rendere possibile il compimento delle successive notifiche telematiche, con D.Lgs. 10 ottobre 2022, n. 150, è stato introdotto l’inedito art. 153-bisc.p.p. che si occupa del domicilio del querelante. Egli, all’atto della proposizione della querela o in un momento successivo, potrà dichiarare domicilio presso un indirizzo di posta elettronica certificata ovvero in un luogo fisico nei quali riceverà le successive notifiche. Similmente a quanto visto per l’imputato, anche il querelante è tenuto a comunicare all’autorità procedente eventuali variazioni del domicilio dichiarato o eletto, poiché, in caso contrario (ma anche quando la dichiarazione o l’elezione di domicilio mancano o sono insufficienti o inidonee) le notificazioni saranno eseguite mediante deposito dell’atto presso la segreteria del pubblico ministero o nella cancelleria del giudice.

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Le notificazioni all’imputato detenuto

È forse su questo fronte che le modifiche apportate dalla riforma sono state meno significative. Ed infatti, non può trascurarsi che, all’interno degli istituti di pena, i detenuti non hanno a disposizione supporti (smartphone, tablet, computer) che consentano loro di ricevere notifiche telematiche.

Inevitabilmente, quindi, le notificazioni all’imputato detenuto, anche successive alla prima, sono sempre eseguite nel luogo di detenzione mediante consegna alla persona, come accadeva in passato. In questo modo è stato recepito l’orientamento delle Sezioni Unite secondo cui le notificazioni all’imputato detenuto devono sempre essere eseguite, anche quando l’interessato abbia eletto o dichiarato domicilio altrove, mediante consegna di copia a mani proprie presso il luogo di detenzione (Cass. pen., Sez. Un., 27/2/2020, n. 12778).

Qualora, invece, l’imputato sia detenuto in luogo diverso dagli istituti penitenziari (ad es. si trovi in stato di custodia cautelare in un luogo di cura oppure sottoposto agli arresti domiciliari), l’art. 156, comma 3, c.p.p. prevede che ogni notifica venga effettuata a norma dell’art. 157 c.p.p., con l’espresso divieto del ricorso a modalità telematiche, e quindi secondo le regole dettate per la prima notificazione all’imputato non detenuto. In base a quanto si legge nella relazione di accompagnamento al decreto legislativo, la deroga rispetto alla regola generale che prevede le notifiche telematiche trova la propria giustificazione nel variegato contenuto delle prescrizioni accessorie che spesso accompagnano l’esecuzione delle misure restrittive in ambiente extracarcerario (in particolare il divieto di comunicare con terze persone).

Le notificazioni all’imputato non detenuto

La riforma – mantenendo l’impostazione previgente – prevede una disciplina differente a seconda della tipologia dell’atto da notificare all’imputato non detenuto.

La prima notificazione all’imputato non detenuto

Il novellato art. 157 c.p.p. detta la disciplina da seguire per la prima notificazione di un atto diverso da quello introduttivo del giudizio (ad es., l’informazione di garanzia, la proroga dei termini di durata delle indagini) all’imputato non detenuto.

Il primo comma della disposizione in esame si apre con una clausola di riserva che, nel richiamare l’art. 148, comma 4, c.p.p., contempla l’utilizzo di modalità diverse da quella telematica nei casi in cui non sia possibile servirsi di tale canale «per espressa previsione di legge, per l’inidoneità di un domicilio digitale del destinatario o per la sussistenza di impedimenti tecnici». Caso classico è quello dell’imputato che non disponga di un domicilio digitale.

Al ricorrere di tali ipotesi, il legislatore ha previsto che la prima notificazione all’imputato non detenuto vada eseguita «mediante consegna di copia dell’atto in forma di documento analogico alla persona», oppure, ove ciò non sia possibile, mediante consegna a chi con lui conviva anche temporaneamente o alla addetta alla casa, o al datore di lavoro o, in mancanza, al portiere o a chi ne fa le veci.

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È bene chiarire che tale modalità di notifica, rappresentando una eccezione alla regola che impone il ricorso al mezzo telematico, non è destinata ad operare nei casi in cui la polizia giudiziaria abbia in precedenza rivolto all’indagato gli avvertimenti di cui all’art. 161, comma 01, c.p.p., poiché qualora ciò sia accaduto, le notifiche di tutti i successivi atti, diversi da quelli introduttivi del giudizio, dovrebbero essere effettuate telematicamente mediante consegna al difensore di fiducia o d’ufficio.

Quando non si ha conoscenza dei luoghi di abitazione o di lavoro e non è possibile procedere alle forme alternative, l’atto è depositato nella casa del Comune dove l’imputato ha l’abitazione o, in mancanza di questa, del Comune dove egli esercita la propria attività lavorativa.

Dopo aver affisso l’avviso di deposito alla porta della casa di abitazione o del luogo in cui egli generalmente esercita la propria attività lavorativa, l’ufficiale giudiziario invia copia dell’atto, provvedendo alla relativa annotazione sull’originale e sulla copia, tramite lettera raccomandata con avviso di ricevimento nel luogo di residenza anagrafica o di dimora dell’imputato (art. 157, comma 8, c.p.p.). Il mancato invio di copia dell’atto con tali modalità dà luogo a nullità della notificazione ai sensi dell’art. 171, comma 1, lett. f), c.p.p.

Il comma 8-ter dell’art. 157 c.p.p. si occupa, invece, della notifica del primo atto (diverso da quello introduttivo del giudizio) all’imputato non detenuto che sia titolare di un domicilio digitale risultante da pubblici registri o elenchi. La disposizione in esame precisa che «con la notifica del primo atto, anche quando effettuata con le modalità di cui all’articolo 148, comma 1, l’autorità giudiziaria avverte l’imputato che non abbia già ricevuto gli avvertimenti di cui all’art. 161, comma 01, che le successive notificazioni, diverse dalla notificazione dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, della citazione in giudizio ai sensi degli a, nel primo atto compiuto con l’intervento dell’indagato o dell’imputato non detenuto, devono invitare questi ultimi a dichiarare o ad eleggere domicilio ai fini della notifica degli atti introduttivi del giudizio (avviso di fissazione dell’udienza preliminare; atti di citazione a giudizio di cui agli artt. 450, comma 2, 456, 552 e 601, nonché del decreto penale di condanna, saranno effettuate mediante consegna al difensore di fiducia o quello nominato d’ufficio». L’autorità giudiziaria avverte, inoltre, il destinatario dell’atto dell’onere di indicare al difensore ogni recapito telefonico o indirizzo di posta elettronica nella sua disponibilità, ove il difensore possa effettuare le comunicazioni, nonché di informarlo di ogni loro successivo mutamento. Il mancato avvertimento è causa di nullità della notificazioneex art. 171, comma 1, lett. e), c.p.p.

Dal comma 8-ter si ricava che, nei casi in cui l’indagato sia titolare di un domicilio digitale rinvenibile da pubblici registri, le notifiche del primo atto, diverso da quello introduttivo del giudizio, potranno essere effettuate via PEC, ma nell’occasione dovranno essere formulati gli avvertimenti di cui all’art. 161, comma 01, c.p.p., a pena di nullità della notifica (in questo senso v. C. Scaccianoce, relazione in materia di notifiche all’imputato tenuta in occasione del convegno dal titolo Novità “ a pioggia” sul processo penale: cinque tavole rotonde, organizzato dall’ASPP “G.D. Pisapia” il 10 febbraio 2023).

Infine, il comma 8 quater precisa che l’omessa o ritardata comunicazione da parte del difensore dell’atto notificato all’assistito, ove imputabile al fatto di quest’ultimo, non costituisce inadempimento degli obblighi derivanti dal mandato professionale.

Le notifiche all’imputato non detenuto successive alla prima

L’art. 157-bisc.p.p., nell’attuale sistema, reca la disciplina delle notificazioni, successive alla prima, indirizzate all’imputato che non si trovi in stato di detenzione.

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La disposizione de qua prescrive espressamente che le notificazioni in esame – diverse da quelle contenenti la vocatio in ius o il decreto penale di condanna – vadano effettuate mediante consegna al difensore.

Non ci si può esimere dal rilevare che, così operando, il legislatore – col deliberato intento di rafforzare l’efficienza all’interno degli uffici giudiziari – abbia attribuito al difensore le mansioni, che non gli sono proprie, di un “messo notificatore”.

Oltretutto tale attività espone il difensore a maggiori rischi da inadempimento del mandato professionale che saranno ritenuti insussistenti nei soli casi in cui «l’omessa o ritardata comunicazione da parte del difensore dell’atto notificato all’assistito» sia «imputabile al fatto di quest’ultimo» (art. 157, comma 8-quater, c.p.p.).

Il secondo comma dell’art. 157-bisc.p.p. detta una disciplina specifica per i casi in cui l’imputato sia assistito da un difensore d’ufficio. Al riguardo viene precisato che se la precedente notifica è avvenuta mediante consegna dell’atto a persona diversa dal destinatario (familiare convivente, portiere dello stabile, datore di lavoro etc.) e l’imputato non ha ricevuto in precedenza gli avvisi di cui all’art. 161, comma 01, c.p.p., le notifiche successive non possono essere effettuate al difensore. Al ricorrere della situazione in esame, le notificazioni successive saranno eseguite con le modalità di cui all’art. 157 c.p.p., «fino a che non vi sia una notifica che risponda ai criteri indicati e consenta l’opera della domiciliazione ex lege prevista» (cfr. Relazione di accompagnamento al d.lgs. n. 150/2022, p. 65).

Le notifiche dell’atto introduttivo del giudizio all’imputato non detenuto

L’art. 157-terc.p.p. – a suggello della disciplina sinora esaminata – si occupa delle notificazioni degli atti introduttivi del giudizio.

Per tali devono intendersi l’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, la citazione a giudizio ai sensi degli artt. 450, comma 2, 456, 552 e 601 c.p.p., nonché il decreto penale di condanna.

La disciplina risulta differente a seconda che l’imputato abbia in precedenza dichiarato o eletto il proprio domicilio oppure no.

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Qualora l’imputato abbia ricevuto in precedenza gli avvertimenti di cui all’art. 161, comma 01, c.p.p. oppure abbia dichiarato o eletto domicilio (anche telematico), la notifica dell’atto contenente la vocatio in ius o il decreto penale di condanna andrà effettuata «al domicilio dichiarato o eletto».

La necessaria dichiarazione o elezione di domicilio porta ad escludere che tale notifica possa avvenire presso un eventuale domicilio telematico risultante da pubblici elenchi o registri (di tale avviso anche M. Alagna, Le notificazioni dopo la Riforma Cartabia o “Come l’eroe tecnologico fu sconfitto dal temibile Mostro verde”, in www.giustiziainsieme.it.). Se ad esempio l’imputato è un avvocato o un imprenditore, i quali hanno un domicilio digitale reperibile su INIPEC, non per questo gli si può notificare l’atto introduttivo del giudizio alla sua PEC (cfr. C. Scaccianoce, relazione in materia di notifiche all’imputato, cit., p. 4).

In assenza di una dichiarazione o di una elezione di domicilio, la notifica andrà eseguita, invece, nei luoghi e con le forme indicate nell’art. 157 c.p.p., con l’esclusione delle modalità telematiche di cui all’art. 148 c.p.p. Ne consegue che prioritariamente e preferibilmente la notifica dovrà avvenire mediante consegna all’interessato e, nei soli casi in cui non sia possibile realizzare detta condizione, si possa recapitare l’atto a soggetti diversi dal destinatario (familiare convivente, portiere dello stabile, datore di lavoro etc.), fino al raggiungimento della “presunzione legale” di conoscenza sancita dall’art. 157 c.p.p.

Tale aspetto, a nostro avviso, desta notevoli perplessità giacché la notifica dell’atto introduttivo del giudizio ad una persona diversa dall’imputato non garantisce che quest’ultimo abbia effettiva conoscenza della data e del luogo di svolgimento del giudizio.

Ed infatti, il presupposto (sia logico che giuridico) affinchè un soggetto sia posto nelle condizioni di difendersi è che abbia quantomeno conoscenza delle coordinate spazio-temporali di svolgimento del giudizio. Conoscenza che, inevitabilmente, dovrebbe essere “personale” e “certa” e non desumibile da indici o presunzioni, anche perché i soggetti che l’art. 157 abilita a ricevere le notifiche potrebbero trovarsi nelle condizioni di non poter o non voler trasmettere l’atto notificato all’imputato.

Peraltro, l’art. 157 c.p.p. ora menziona tra questi anche «il datore di lavoro», a cui vanno ad aggiungersi il convivente, l’addetto alla casa ovvero al servizio del destinatario, il portiere o chi ne fa le veci. Insomma, tutti soggetti che potrebbero non informare l’imputato e, ciononostante, questo si considererà regolarmente citato per il giudizio, così come verrà considerata regolare la notifica del decreto penale di condanna.

Il secondo comma dell’art. 157-terc.p.p. prevede che, qualora sia «necessario per evitare la scadenza del termine di prescrizione del reato o il decorso del termine di improcedibilità di cui all’articolo 344 bis oppure sia in corso di applicazione una misura cautelare ovvero in ogni altro caso in cui sia ritenuto indispensabile e improcrastinabile sulla base di specifiche esigenze, l’autorità giudiziaria [possa] disporre che la notificazione all’imputato dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, della citazione a giudizio ai sensi degli articoli 450, comma 2, 456, 552 e 601, nonché del decreto penale di condanna sia eseguita dalla polizia giudiziaria». Da tale disposizione si comprende come l’impiego della polizia giudiziaria nelle notifiche sia del tutto residuale.

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Infine, il terzo comma dell’art. 157-terc.p.p. chiarisce che in caso di impugnazione dell’imputato o nel suo interesse, «la notificazione dell’atto di citazione a giudizio nei suoi confronti è sempre eseguita presso il domicilio dichiarato o eletto, ai sensi dell’articolo 581, commi 1-ter e 1-quater [c.p.p.]», a mente del quale l’atto di impugnazione delle parti private e dei difensore deve contenere, a pena di inammissibilità, la dichiarazione o elezione di domicilio ai fini della notificazione del decreto di citazione a giudizio. Ne consegue che la notifica dell’atto è sempre seguita presso il domicilio dichiarato o eletto all’atto della proposizione dell’impugnazione.

Le notificazioni all’imputato irreperibile, al latitante o evaso e le notificazioni all’estero

L’art. 159 c.p.p. detta una apposita disciplina per i casi in cui l’imputato si renda irreperibile. Al riguardo viene precisato che, qualora nei casi di cui all’art. 148, comma 4, c.p.p. non sia possibile eseguire la prima notificazione nei modi previsti dall’art. 157 c.p.p. e le nuove ricerche diano esito negativo, il giudice emette decreto di irreperibilità col quale viene disposto che le notificazioni siano eseguite mediante consegna di copia al difensore.

Il decreto di irreperibilità – emesso dal giudice o dal pubblico ministero durante le indagini preliminari – cessa di avere efficacia con la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini o, in mancanza di questo, con la conclusione delle indagini preliminari (art. 161, comma 1, c.p.p.).

L’elemento di novità rispetto al passato è che l’efficacia del decreto di irreperibilità non cessa più con la pronuncia del provvedimento che definisce l’udienza preliminare, bensì con la notificazione dell’avviso di cui all’art. 415-bisc.p.p. Alla base della modifica vi è l’idea che il meccanismo di notificazione previsto in caso di dichiarazione di irreperibilità non sia idoneo ad assicurare all’imputato la conoscenza dell’accusa e della pendenza del processo a proprio carico, presupposti che, invece, sono richiesti dalla legge per la celebrazione del processo di primo grado in sua assenza.

Ne consegue che, una volta conclusa la fase delle indagini preliminari, la notifica dell’atto introduttivo del giudizio all’imputato (al quale viene equiparato a tal fine l’avviso di fissazione dell’udienza preliminare), dovrà essere effettuato secondo le regole ordinarie e, qualora non sia possibile rintracciare l’imputato oppure non venga raggiunto neppure uno degli indici che lascino presumere una conoscenza del procedimento ai sensi dell’art. 420-bis c.p.p., il giudice dovrà disporre ulteriori ricerche per la notifica a mani e, alla fine, pronunciare la sentenza di non doversi procedere di cui all’art. 420-quaterc.p.p. (cfr. relazione di accompagnamento al d.lgs. n. 150/2022, p. 67).

L’efficacia del decreto di irreperibilità non è mutata, invece, per i successivi gradi del giudizio rispetto ai quali, attualmente, operano sia la cessazione del corso della prescrizione che la disciplina dell’improcedibilità per superamento dei termini di durata del giudizio di impugnazione. In virtù dell’art. 160, commi 2, 3 e 4, c.p.p., anche in presenza della notificazione di un atto introduttivo del giudizio eseguita ai sensi dell’art. 159 c.p.p., il giudice dell’impugnazione potrà valutare se, nonostante l’irreperibilità dell’imputato, sussistano i presupposti per celebrare il processo in sua assenza (cfr. Relazione di accompagnamento al d.lgs. n. 150/2022, p. 69)

Per quanto concerne le notifiche all’imputato latitante o evaso, l’art. 165 c.p.p. prescrive la consegna dell’atto al difensore.

Segnatamente, per le notificazioni dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare e degli atti di citazione in giudizio la disposizione di cui al comma 1 si applica solamente nel caso in cui non si è perfezionata la notificazione al domicilio dichiarato o eletto e con le modalità di cui all’art. 161 c.p.p., oppure, in mancanza della dichiarazione o dell’elezione di domicilio, solo nel caso in cui non sia possibile eseguire la notificazione con le modalità indicate dall’art. 157, commi da 1 a 6, se l’imputato si è sottratto all’esecuzione della misura cautelare dell’obbligo di dimora o del divieto di espatrio.

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L’intervento riformatore si è esteso anche alla disciplina delle notificazioni all’imputato che si trovi all’estero. A tale riguardo viene precisato che, quando l’autorità giudiziaria non può procedere alla notificazione con modalità telematiche e risulta dagli atti notizia precisa del luogo di residenza o di dimora all’estero della persona nei cui confronti si deve procedere ovvero del luogo in cui all’estero esercita abitualmente l’attività lavorativa, il giudice o il pubblico ministero le invia raccomandata a/r con l’indicazione dell’autorità che procede, del titolo di reato e della data e del luogo in cui è stato commesso, nonché l’invito a dichiarare o eleggere domicilio nel territorio dello Stato ovvero a dichiarare un indirizzo di posta certificata o altro servizio elettronico di recapito qualificato. Se nel termine di trenta giorni dalla ricezione della raccomandata o della comunicazione telematica non viene effettuata la dichiarazione o l’elezione di domicilio oppure questa risulti insufficiente o inidonea, le notificazioni sono eseguite mediante consegna al difensore (art. 169, comma 1, c.p.p.).

Da ultimo è stato novellato anche l’art. 167 c.p.p. – che rappresenta la norma di chiusura – avente ad oggetto le notificazioni a quelle persone che, pur partecipi al procedimento penale, non sono state indicate in modo espresso in nessun’altra disposizione di legge. Anche per questi soggetti, in conformità con le indicazioni contenute nella delega, è prescritto, ove possibile, il ricorso a modalità telematiche per l’effettuazione delle notifiche.

Le notificazioni alla persona offesa, alla parte civile, al responsabile civile e al civilmente obbligato per la pena pecuniaria

A seguito dell’interpolazione degli artt. 153-bise 154 c.p.p. è stata estesa anche alla persona offesa (querelante e non querelante), alla parte civile, al responsabile civile e al civilmente obbligato per la pena pecuniaria la regola generale che impone l’utilizzo preferenziale di modalità telematiche per l’effettuazione delle notifiche.

In particolare, alla persona offesa che abbia proposto querela – contestualmente a tale atto o in un momento successivo – viene richiesto di dichiarare o leggere domicilio per la comunicazione e la notificazione degli atti del procedimento, a tal fine potendo utilizzare anche un indirizzo di posta elettronica certificata o altro servizio elettronico di recapito certificato qualificato. L’art. 153-bisc.p.p. prevede, altresì, che le notifiche al querelante che non abbia nominato un difensore vadano eseguite presso il domicilio digitale o – nei casi di assenza o inidoneità di quest’ultimo – presso il domicilio dichiarato o eletto. In subordine, qualora manchi o risulti inidonea la dichiarazione di domicilio del querelante, le notificazioni sono eseguite mediante deposito dell’atto nella segreteria del pubblico ministero o presso la cancelleria del giudice procedente.

Per quanto concerne, invece, la posizione della persona offesa che non abbia proposto querela e che sia sprovvista di un difensore, la legge prevede che le notificazioni siano eseguite presso il domicilio digitale ovvero, in assenza o inidoneità di quest’ultimo, presso il domicilio dichiarato o eletto. In subordine si applicano le regole stabilite dall’art. 157, commi 1, 2, 3, 4 e 8 c.p.p. per la prima notificazione all’imputato non detenuto. In estremo subordine – qualora non risulti possibile recapitare l’atto neppure con le suddette modalità – la notificazione è eseguita mediante deposito nella segreteria o nella cancelleria.

Quanto al responsabile civile e al civilmente obbligato per la pena pecuniaria che non siano costituiti, la riforma ha previsto che l’elezione o la dichiarazione di domicilio debbano avvenire (pena, anche in questo caso, il ricorso alla notifica mediante deposito in cancelleria o in segreteria) solo nei casi in cui questi «non dispongono di un domicilio legale» e che le notifiche possano essere effettuate per il tramite di «un indirizzo di posta certificata o altro servizio elettronico di recapito certificato qualificato» (art. 154 c.p.p.).

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Attraverso una interpolazione dell’art. 155 c.p.p. sono state riviste le formalità da seguire per le notifiche per pubblici annunzi alle persone offese, che d’ora in poi dovranno essere effettuate mediante pubblicazione dell’atto «nel sito internet del Ministero della giustizia» per un periodo di tempo determinato.

Notificazioni e comunicazioni al pubblico ministero

Per effetto delle modifiche apportate all’art. 153 c.p.p., anche le notificazioni al pubblico ministero sono eseguite preferibilmente e prioritariamente in modalità telematica, ai sensi dell’art. 148, comma 1, c.p.p.

Solo nei casi di inidoneità del domicilio informatico (ad esempio impossibilità di recapitare la PEC), sia le parti che i difensori possono effettuare la notifica mediante consegna di copia dell’atto in forma di documento analogico presso la segreteria del pubblico ministero, e l’ufficiale incaricato del ricevimento annoterà sull’atto la data e le generalità del depositante.

Con le stesse modalità sopra illustrate la cancelleria del giudice effettua le comunicazioni con la segreteria del pubblico ministero, salvo che il pubblico ministero abbia preso visione dell’atto sottoscrivendolo. In tal caso l’ufficiale addetto annota sull’originale dell’atto la eseguita consegna e la data in cui questa è avvenuta.

Le cause di nullità delle notificazioni

L’introduzione delle notifiche telematiche ha fatto sorgere l’esigenza di adattare il sistema delle invalidità alle nuove modalità di notifica.

In particolare, all’art. 171 c.p.p. sono state aggiunte due inedite ipotesi di nullità delle notificazioni: la prima si ha nei casi in cui la notifica telematica non rispetti i requisiti di cui all’art. 148, comma 1, c.p.p., ovvero sia avvenuta con modalità tali da non assicurare l’identità di mittente e destinatario, l’integrità del documento trasmesso e la certezza, anche temporale, dell’avvenuta trasmissione o ricezione.

La seconda ipotesi di nullità ricorre nei casi in cui sia stata effettuata la notifica al difensore senza che l’imputato abbia ricevuto in precedenza gli avvertimenti di cui agli artt. 161, comma 01, c.p.p. o 157, comma 8-ter, c.p.p., rispettivamente, da parte della polizia giudiziaria o dell’autorità giudiziaria procedente.

Il regime transitorio

Dall’art. 87 D.Lgs. n. 150/2022 (in materia di processo penale telematico) si ricava che le regole tecniche riguardanti (anche) le notifiche telematiche degli atti del procedimento penale saranno definite con regolamento da adottarsi entro il 31 dicembre 2023, con decreto del Ministro della giustizia, ai sensi dell’art. 17, comma 3, L. n. 400/1988, «anche modificando, ove necessario, il regolamento di cui al decreto del Ministro della giustizia 21 febbraio 2011, n. 44, e, in ogni caso, assicurando la conformità al principio di idoneità del mezzo e a quello della certezza del compimento dell’atto».

Il solo art. 162 c.p.p. (in base al quale l’imputato potrà comunicare all’autorità procedente il domicilio eletto o dichiarato, ovvero il loro mutamento, anche con modalità telematiche, mediante il deposito di cui all’art. 111-bisc.p.p.) entrerà in vigore quindici giorni dopo (ovvero il diverso termine di transizione di cui all’art. 87, comma 3, D.Lgs. n. 150/2022) la pubblicazione dei regolamenti di cui ai commi 1 e 3 art. 87 D.Lgs. n. 150/2022.

Nel mentre dovrebbero già trovare applicazione le disposizioni degli artt. 161, commi 01 e 1 e 157, comma 8-ter, c.p.p. in tema di avvisi che, alla prima occasione utile, devono essere forniti a indagati e imputati (cfr. A. Nocera, Le notificazioni alla luce della riforma Cartabia, ne Il Penalista, 2 febbraio 2023).

Inoltre, l’art. 86 D.Lgs. n. 150/2022 prevede che il regime semplificato di notificazione degli atti alla persona offesa che abbia sporto querela si applicherà solo alle querele presentate dopo l’entrata in vigore del decreto, salvi i casi in cui il querelante abbia comunque provveduto a dichiarare o ad eleggere domicilio, ovvero a nominare un difensore di fiducia.

Conclusioni

Il sistema delle notificazioni si appresta a subire un cambiamento radicale. Sicuramente l’utilizzo di modalità telematiche consentirà un risparmio di tempo e costi rispetto al sistema previgente.

Purtroppo, duole rilevare che uno sgravio significativo è dovuto al fatto che il difensore sarà onerato del compito di ritrasmettere al proprio assistito tutte le notifiche, successive alla prima, diverse da quelle contenenti la vocatio in ius.

Inoltre, la riforma ha ampliato il catalogo dei soggetti abilitati a ricevere l’atto, nei casi in cui la notifica non sembra effettuata in modalità telematica.

In fin dei conti sembra che, sull’altare dell’efficienza, si sia accordata precedenza alla “conoscenza legale” rispetto alla “conoscenza effettiva” dell’atto, con evidenti ripercussioni negative sul diritto di difesa e sul rispetto dell’“equo processo”.

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