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Bologna, 20 febbraio 2016 – La resa dei conti è arrivata. Bisogna vendere tutto, anche la casa. Lo ‘chiedono’ le banche – una in particolare: Banca delle Marche – che, negli anni, gli hanno garantito liquidità personale per milioni di euro.  E ora se la riprendono, o quasi, mettendogli all’asta i beni: un attico da 335 metri quadrati, suo ultimo domicilio registrato e un piccolo appartamento (soggiorno con angolo cottura, camera, bagno, ripostiglio) nello stesso immobile, quella Casa Fondazza nella centralissima via Val D’Aposa, al civico 1.

Eccolo qui, nero su bianco sull’avviso di vendita del tribunale, l’epilogo dell’‘emiro’ di Bologna, quel Giorgio Seragnoli che al timone della Fortitudo degli anni d’oro ha dispensato sogni. Poi disincanto.

Il 5 aprile i due lotti verranno messi all’asta rispettivamente per 690mila e 56mila euro. Valori ribassati del 30% rispetto al mercato attuale e che, in altri tempi, con il mattone che volava, non sarebbero stati nemmeno immaginabili. Ma le cose, col tempo, sono cambiate: l’Aquila ha cambiato padrone, dalla Gd della dinastia Seragnoli era già uscito da tempo e la sua holding immobiliare – la King – è in concordato preventivo.

A portare all’asta, però, è stata un’ipoteca giudiziale del 2011, iscritta da Banca delle Marche per 500mila euro. «Si tratta di un’esecuzione immobiliare nata da un debito personale del mio assistito che ha avuto un lungo iter – precisa l’avvocato Diego Rufini che con il collega Roberto Ludergnani ha assistito Seragnoli nei vari procedimenti –. Inizialmente Banca Marche aveva una pretesa di molto superiore, oltre il milione di euro. Abbiamo impugnato il decreto ingiuntivo e dimostrato che ciò che doveva essere pagato ammontava a circa 300mila euro». Che con gli interessi e annessi ha portato il credito di Banca delle Marche a mezzo milione.

Ma su quei beni la lista di chi vanta crediti è lunga: un’ipoteca volontaria da 2,25 milioni con una banca e un’ipoteca giudiziale per 2 milioni con un altro istituto di credito. Tanti, troppi per soddisfarli tutti anche vendendo al meglio i beni. E formalmente risulta ancora in corso il sequestro conservativo per 3,5 milioni di euro chiesto dallo stilista Jerry J. Tommolini per un contenzioso sulla gestione della società – la Pin-up stars – e l’acquisto delle azioni.

La lite con lo stilista di costumi da bagno, in realtà, si è già chiusa con un arbitrato nel 2012. Tommolini ha avuto il 100% dell’azienda, rinunciando al sequestro. «Confermo, non abbiamo più nessuna pretesa nei confronti del Seragnoli – afferma l’avvocato dello stilista, Giuseppe Trabucchi –. La nostra è stata una battaglia importante che partiva da una società del Seragnoli. Mi aveva sorpreso all’epoca l’ingenuità di alcune sue decisioni che, con più maturità, avrebbero evitato tutta la lite sfociata poi in un arbitrato. All’epoca avevo già impressione di un sostanziale atteggiamento di distrazione nei confronti delle sue società».

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